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> Che ne è dell'Apollineo nel tardo Nietzsche?
Zagreo
messagio Mar 19 2009, 10:43 AM
Messaggio #21


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CITAZIONE(Nachtlied @ Mar 18 2009, 06:50 PM) *
In ogni caso a me ha sempre fatto riflettere la "superficialità per profondità" dei greci nella FW, perché mi è sempre venuto da associarla all'apollineo. Potrebbe essere che nel riferimento a quella particolare cultura N non smetta di considerare l'apollineo; mentre tale concetto non avrebbe senso in quella contemporanea, che è appunto decadente. E indietro non si torna.


Infatti! La civiltà greca è ormai andata, non ha più senso parlare oggi di apollineo in quei termini...per cui abbiamo perso degli strumenti, ora io chiedo: abbiamo bisogno di altri strumenti nuovi? se si quali sono? ce li indica Nietzsche? qual'è il ruolo dell'arte e della scienza?

CITAZIONE(Sgubonius @ Mar 18 2009, 08:00 PM) *
Qui rimanderei ancora alla questione del soggetto, l'arte non può essere produzione del soggetto che si impadronisce esteticamente del mondo, ma l'estetica deve diventare la weltanschauung fondamentale, "un mondo dove le individuazioni sono impersonali, e le singolarità preindividuali". Non so se è molto chiaro, non lo è del tutto manco per me in verità, però la questione è in questi termini.


Qui siamo ormai nel regno senza fondo di Dioniso, dove ormai non c'è neanche più rappresentazione, ma nascono i simulacri giusto? Non ho letto in modo specifico quel libro di Deleuze, ma ne sto leggendo altri.

CITAZIONE(BlackSmith @ Mar 18 2009, 08:36 PM) *
Porca miseria, non arrivo neanche in tempo a ricordare, che subito Zagreo non perde l'occasione angry.gif
Scherzo Za, rcordava bene sgub e dice benissimo Nac.


laugh.gif
Ho scritto tutto per avere poi una base salda su cui discutere! wink.gif


CITAZIONE(BlackSmith @ Mar 18 2009, 08:36 PM) *
Mi ricordavo della lettura delle baccanti e facevo questa sbagliata associazione, certo, che stupido.
Euripide con le sue tragedie, introducendo poi anche il coro, assolve il compito di addomesticare le masse, ammonendo
dal dionisiaco; mi viene in mente quell'episodio della madre in pedra all'ebbrezza dionisiaca, che taglia la testa al figlio convinta che, sia un leone, ricordo male ?


In che senso introducendo il coro? La tragedia è nata con il coro.

CITAZIONE(BlackSmith @ Mar 18 2009, 08:36 PM) *
Già N. però, sempre nella N.d.T(mi sono stufato di scrivere dallo spirito della musica, mi sa che ha ragione anche qui la Nac.) distingueva di un apollineo-pessimista quello presocratico sad.gif (speriamo, che dio me la mandi buona, altrimenti sono bastonate sulle gengive) e quello ottimista (da Euripide in poi, lui compreso, dico Euripide compreso, non lui, lui,l'altro, ma prorio Euripide). Quindi caso mai ridurrei il campo a cosa è rimasto dell'apollineo-pessimista, o apoliineo-ottimista.


Se infatti leggi bene il mio lungo post, ho distinto l'apollineo "pessimista" presocratico, come dici tu, dalla sua degenerazione socratico-ottimistica che però è già in nuce nel tragico (quindi non è neanche più corretto parlare ancora di apollineo) wink.gif
Poi il problema sarebbe ancora più complicato perchè l'apollineo ad un certo punto della storia della tragedia diventa epos
Secondo noi, come abbiamo già detto, non ci sono più le condizioni per poter parlare di "apollineo-pessimista"...il problema è di cosa parlare ora in una società alessandrina?


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Non ho mai sentito dire che le flatulenze determinino situazioni filosofiche. (Lettere a Erwin Rohde)
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Sgubonius
messagio Mar 19 2009, 12:22 PM
Messaggio #22


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CITAZIONE(Zagreo @ Mar 19 2009, 10:43 AM) *
Qui siamo ormai nel regno senza fondo di Dioniso, dove ormai non c'è neanche più rappresentazione, ma nascono i simulacri giusto? Non ho letto in modo specifico quel libro di Deleuze, ma ne sto leggendo altri.


La questione del fondo-senza fondo non te la saprei snocciolare bene non me la ricordo più, è complessa comunque, ma praticamente l'idea è quella di superare la filosofia della rappresentazione che è poi la metafisica (già Heidegger aveva identificato nel cogito me cogitare cartesiano il fulcro del pensiero metafisico) in quanto crea un soggetto trascendente (con un qualche apparato trascendentale ideale) e un oggetto da conoscere che si configura come una copia da ricondurre attraverso la similitudine o l'identità rappresentativa ad un certo modello/idea. Il dionisiaco sarebbe invece l'opposto, il mondo della differenza dove ogni "ente" è differente, ovvero simulacro senza modello, non c'è quindi una priorità del trascendente, ed è individuato impersonalmente (si individua, si dà) fuori dal principio individuationis che regge ogni rappresentazione (si pensi a Schopenhauer). La prima vittima illustre di questo regresso dell'individuazione è Dio, la seconda è l'io sempre uguale a sè stesso, l'identità insomma, possiamo pensare qui a quei romanzi di Kafka in cui il protagonista è senza nome (K.) e del tutto disidentificato, su cui aleggia l'assenza del potere, l'assenza del centro, l'assenza del principio te(le)ologico (o meglio l'irraggiungibilità e invisibilità di esso, del tribunale, del castello...). Ecco anche spiegato come il singolo non è più individuo, nella misura in cui non è più "individuato" (indiviso, questo già nella Nascita della Tragedia mi pare è quello che caratterizza il dionisiaco).

In altri termini si può dire che salta il meccanismo della forma (apollineo appunto) che partiziona il sensibile in individuati. Ma evidentemente non si può rapportarsi ad un tale caos inordinato (tutto è uno e uno è tutto) e per cui si introduce il complesso pensiero della differenza (che è legato a doppio filo con la potenza, basta pensare alla fisica).Però qui meglio muoversi con cautela perchè il terreno scricchiola...


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BlackSmith
messagio Mar 19 2009, 04:52 PM
Messaggio #23


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CITAZIONE(Nachtlied @ Mar 18 2009, 10:08 PM) *
In realtà il coro è il primo elemento della tragedia. E' l'elemento chiave.
E' - come dice Schiller - il muro umano che recinge la scena, è lo spettatore ideale (Schlegel), quello che ha la visione apollinea che viene rappresentata.
Solo in funzione del coro, la tragedia ha senso per assolvere al compito di consolazione metafisica.

Invece Euripide ne limita la funzione, contribuendo alla sua scomparsa, che sarà la causa prima della morte della tragedia in senso proprio!!!

Te, pareva! Nac, mi sono stancato di darti ragione, questa sarà l’ultima, l’ultima volta! angry.gif (Scherzo)
La mia “frustrazione”… è così grande angry.gif , che mi è ricomparso il desiderio di divorare libri e pensare. Basta ai rimedi omeopatici, per evitare la sofferenza, l’approfondimento e il voler capire,
costa tantissima fatica, tanta costanza e alcune volte diventa un tormento estenuante.
Ma ne vale la pena, mia cara Nac, vero?Anche se alcune volte penso, credimi, quanto sia utile la superficialità per vivere meglio. Poi, vuoi , per piacere, dare il tuo utile contributo al topic sul paradosso, non è che non sia sufficiente il contributo di sgub, anzi. Ma i tuoi contributi saranno un arricchimento e anche quelli di Za, ovvio.
Su cos'è rimasto della.... nella maturità del filosofo, foglio pensarci bene, non voglio rispondere questa volta in modo affrettato sad.gif


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BlackSmith
messagio Mar 19 2009, 05:20 PM
Messaggio #24


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Se infatti leggi bene il mio lungo post, ho distinto l'apollineo "pessimista" presocratico, come dici tu, dalla sua degenerazione socratico-ottimistica che però è già in nuce nel tragico (quindi non è neanche più corretto parlare ancora di apollineo) wink.gif
Poi il problema sarebbe ancora più complicato perchè l'apollineo ad un certo punto della storia della tragedia diventa epos
Secondo noi, come abbiamo già detto, non ci sono più le condizioni per poter parlare di "apollineo-pessimista"...il problema è di cosa parlare ora in una società alessandrina?
Oh, finalmente, grazie Za, mi ero stancato di prendere "bastonate" sulle gengive che ancora sanginano.


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Nachtlied
messagio Mar 20 2009, 12:02 AM
Messaggio #25


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Tornando sull'argomento, mi viene in mente la critica che fa Heidegger all'estetica di N: essa, pur essendo un'estetica "maschile", nella prospettiva dell'artista (mentre quella tradizionale è un'estetica "femminile", nalla prospettiva del fruitore), è comunque originata dal sentimento prodotto dal bello nel soggetto. L'estetica che dovrebbe invece nascere è quella che prende il punto di vista dell'opera d'arte.
[Tralasciamo la validità di questa interpretazione che è ovviamente molto discutibile.]
Ma se per affermare la VdP è necessario superare anche la metafisica del soggetto, in che senso Heidegger ci invita a formare un nuovo tipo di estetica?
Voglio dire, come si può ancora parlare di sentimento (altrimenti non avrebbe senso parlare di estetica, ma dovremmo dire "filosofia dell'arte")? E di soggetto?


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Sgubonius
messagio Mar 20 2009, 12:26 AM
Messaggio #26


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CITAZIONE(Nachtlied @ Mar 20 2009, 12:02 AM) *
Ma se per affermare la VdP è necessario superare anche la metafisica del soggetto, in che senso Heidegger ci invita a formare un nuovo tipo di estetica? Voglio dire, come si può ancora parlare di sentimento (altrimenti non avrebbe senso parlare di estetica, ma dovremmo dire "filosofia dell'arte")? E di soggetto?


Come ho avuto modo di far intendere citando Deleuze la vittima è l'identità del soggetto, ma la struttura conoscitiva rimane necessariamente come "cogito". Purtroppo questo è veramente un campo minato dove le parole tradiscono e il pensiero è stirato ai suoi limiti, però in fondo è proprio questo il bello del filosofare. L'arte diventa l'etica del superuomo, che passa anche attraverso la liberazione dall'umano (dall'io individuato, nome+cognome+luogo+tempo). Essere un capolavoro, ma chi deve essere un capolavoro? Questa è la domanda più difficile, ecco quel "si" di cui parla Deleuze, un impersonale è il permanere del soggetto svestito dei suoi panni personalistici, un "io" incrinato o dissolto, uno specchio in frantumi, che in quanto tale riflette la sua poliprospettiva (inevitabile pensare a Picasso) che non è oggettività ma è indifferenziazione dionisiaca nella VdP.

Il problema è che qui davvero siamo nella teoria più pura... io credo che in senso più vicino a noi l'opera d'arte che è il prodotto dell'artista/superuomo serva solo ad educarci a tale condizione, ma nel momento in cui siamo superuomini non si dà più necessità di fruizione estetica del prodotto da altri. L'estetica è proprio la condizione di liberazione dal "soggetto", e in alcune opere (per la grazia dionisiaca) noi, ancora soggetti, abbiamo come un tracciato della via da percorrere e niente più.
Però ripeto che io qui mi muovo coi piedi di piombo, Deleuze dovrei rileggerlo (sto aspettando di trovare "La Logica del Senso") e tutto è ancora per me in una nuvola di approssimazione tremenda.


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BlackSmith
messagio Mar 20 2009, 06:18 PM
Messaggio #27


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Come ho avuto modo di far intendere citando Deleuze la vittima è l'identità del soggetto, ma la struttura conoscitiva rimane necessariamente come "cogito". Purtroppo questo è veramente un campo minato dove le parole tradiscono e il pensiero è stirato ai suoi limiti, però in fondo è proprio questo il bello del filosofare. L'arte diventa l'etica del superuomo, che passa anche attraverso la liberazione dall'umano (dall'io individuato, nome+cognome+luogo+tempo). Essere un capolavoro, ma chi deve essere un capolavoro? Questa è la domanda più difficile, ecco quel "si" di cui parla Deleuze, un impersonale è il permanere del soggetto svestito dei suoi panni personalistici, un "io" incrinato o dissolto, uno specchio in frantumi, che in quanto tale riflette la sua poliprospettiva (inevitabile pensare a Picasso) che non è oggettività ma è indifferenziazione dionisiaca nella VdP.


Essere un capolavoro, ma chi deve essere un capolavoro? Questa è la domanda più difficile, ecco quel "si" di cui parla Deleuze, un impersonale è il permanere del soggetto svestito dei suoi panni personalistici, un "io" incrinato o dissolto, uno specchio in frantumi, che in quanto tale riflette la sua poliprospettiva (inevitabile pensare a Picasso) che non è oggettività ma è indifferenziazione dionisiaca nella VdP.
Pensa, quando conclusi la lettura dello Z., cercai di immaginarmi l’eterno ritorno, la cosa che mi venne più naturale fu quella di pensare ad uno specchio in frantumi, ma prima voglio fare una premessa.
Quando ero studente di fisica, dovevo preparare una tesina sulla gravitazione universale; leggevo, leggevo, ma non riuscivo a capirci una “cippa”, e allora cercavo di sforzarmi di immaginarla, di vederla, di toccarla con mano, ed era la cosa che meglio, mi poteva aiutare a capire, poiché era la cosa che più mi riusciva. Andai giù in cantina, presi una cassetta di legno, una di quelle per la frutta, la feci in mille pezzi, procurando la disperazione di mio padre, e con quelle venti (perché otto le utilizzai per far delle croci in diagonale sulle quattro facce) tavolette costruii una specie di cubo aperto, una cella insomma; poi andai in bagno, presi una spugna, procurando questa volta la disperazione di mia madre, e ci attaccai un centinaio di elastici; posi la spugna al centro del “quasi” cubo, legando gli elastici ai vari punti delle tavolette, iniziando dai vertici, fino ad infittirle, su diverse posizioni, ed ecco che, come d’incanto, stringendo la spugna in un pugno e dandogli poi una leggera torsione: ohhhh, avevo creato una micro cella gravitazionale. Azz, quello strampalato e casalingo stratagemma mi aveva fatto capire in un battibaleno, cos’era quella dannata gravitazione universale. La spugna stretta nella mano, rappresentava il rapporto massa volume dei corpi, la tensione degli elastici era maggiore o minore in rapporto a quanto stringevo o rilasciavo la spugna, e rappresentava la forza gravitazionale, e imprimendo la torsione alla povera spugna, gli davo l’accellerazione, non riuscivo poi a dargli la rotazione attorno a qualcosa, perché a quel punto sarebbero girate a mio fratello e mi avrebbe menato. Con questo che voglio dire che sono un genio, no, ma un pirla che rompeva le cassette di legno e massacrava le spugne e i marroni…
Dopo la lettura dello Z. non avevo smesso di approcciarmi alla conoscenza delle cose in quel modo stravagante e poi essendo in quel periodo della mia vita, da solo, non potevo procurare la disperazione di nessuno. Allora, andai in cantina, passa il tempo ma le cantine rimangono, chissà perché, presi una tela, feci un foro al centro, come… , avete presente la forma di un buco nero? Ecco, così! Utilizzai due colori, il rosso ed il nero e creai con delle pennellate molto materiche, un vortice, partendo dall’esterno della tela, fino a giungere al centro della stessa; poi frantumai uno specchio (superando l’indecisione con un gesto apotropaico) e appiccicai dei pezzettini tutt’intorno a quel vortice. Vi giuro che apprendo solo adesso che in quel modo, appendendolo, riflettevo la mia poliprospettiva, sapevo che voleva dire qualcosa, forse voleva dire proprio quella cosa lì, ma non sapevo come cavolo esprimerla., ma diceva anche qualcosa in più, perché quegli specchi non solo riflettevano quella cosa lì, la poliprospettiva, standosene fermi, ma era come se precipitassero dentro quel vortice per poi essere risputati fuori ricompattandosi, e poi ancora un’altra volta frantumandosi, etc.. etc.. Comunque quel quadro è ancora in cantina.



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Sgubonius
messagio Mar 20 2009, 08:19 PM
Messaggio #28


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Temo che si debba anche fare qualcosa di più per destrutturare il mondo però è un inizio!


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Nachtlied
messagio Mar 20 2009, 09:42 PM
Messaggio #29


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Però mi complimento, Blacksmith!
Davvero un bell'inizio! laugh.gif tongue.gif

Forse questo tuo modo di approcciarti alle cose ti sarà utile più di quanto tu creda...


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BlackSmith
messagio Mar 21 2009, 10:27 AM
Messaggio #30


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CITAZIONE(Nachtlied @ Mar 20 2009, 09:42 PM) *
Però mi complimento, Blacksmith!
Davvero un bell'inizio! laugh.gif tongue.gif

Forse questo tuo modo di approcciarti alle cose ti sarà utile più di quanto tu creda...


Nach, non mi è servito a niente ! Credo che l'approccio migliore, ha ragione sgub, sia contenuta nell'espressione di Mastroianni, raffigurata nel suo avatar, ogni volta che la osservo penso al finale dello Z.
Nella leggerezza, nel disincanto, nella diffidenza del pensiero, nella smorfia del sorriso è contenuta la "spiegazione" dell'esistenza. La parte finale dello Z. ,infatti, sembra contenere tutti questi elementi: " E ancora una volta Z. piombò dentro se stesso, e si mise a sedere di nuovo sul grande sasso a riflettere". Se dobbiamo cercare di immagginarci Z. seduto in quel sasso, non possiamo fare altro che pensarlo con la stessa espressione dell'immagine ripresa dall'avatar di Sgub. "Improvvisamente balzò in piedi...." L'azione che compie Z. in questo passaggio è evidentemente forzata, sembra tirato per la giacchetta, credo che Z. sarebbe rimasto volentieri seduto ancora per un pò, vuoi per la stanchezza, vuoi perchè si sentì come provocato dall'indovino, che essendo appunto indovino, aveva nella sua perspicacia colto nel segno. Aveva profetizzato il suo fallimento. <<Compassione! La compassione verso l'uomo superiore>>. quando dice che questo ha avuto il suo tempo e quando poi aggiunge " il mio dolore e la mia compassione - che importa tutto ciò! Non fa altro che preannunciare la sua disfatta, la sua leggerezza, il suo disincanto, tutta la diffidenza verso il suo stesso pensiero!
"Orsù! Il leone è venuto, i miei figli sono vicini, Z. si è maturato, la mia ora è venuta", contiene infine quella smorfia di sorriso amorevole, dovuto alla consapevolezza dell'impossibilità di superare questa sua ultima colpa e che chiude la sua opera. In quel finale Lui non crede più a quella "missione" che aveva mosso tutti i passi di Z. , trapela tutto il suo disincanto e se a Z. gli viene la faccia dura come il bronzo, se ne avverte invece la sua faccia plasmabile come la cera, che si scioglie al calore delle cose umane troppo umane, lo stesso sentimento di "invidia" che attribuisce a Dio verso gli uomini, è così trasferito al Superuomo che per quell'ultima sua colpa vuole eternamente ritornare umano troppo umano.
Un Nietzsche, leggero e disincantato, assalito dalla certezza più che dal dubbio e che accenna ad uno straordinario sorriso per preannunciare l'eterno ritorno.
Cmq, volevo ringraziare pubblicamente Sgub, per la sua grandissima disponibilità, ha utilizzato una parte dl suo tempo per aiutarmi a correggere la bozza del mio stupidissimo racconto, dimostrandosi una persona speciale!
Grazie di Cuore Sgub! rolleyes.gif


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Sgubonius
messagio Mar 21 2009, 12:36 PM
Messaggio #31


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CITAZIONE(BlackSmith @ Mar 21 2009, 10:27 AM) *
"Orsù! Il leone è venuto, i miei figli sono vicini, Z. si è maturato, la mia ora è venuta", contiene infine quella smorfia di sorriso amorevole, dovuto alla consapevolezza dell'impossibilità di superare questa sua ultima colpa e che chiude la sua opera. In quel finale Lui non crede più a quella "missione" che aveva mosso tutti i passi di Z.


Su questo muoverei dei dubbi. Non entro nel merito dell'eventuale quinto libro di Zarathustra mai realizzato da Nietzsche (anche perchè non ne so niente), però comunque permane il motto "che importa xxx, io miro alla mia opera", perfino nell'ultimo capitoletto, il segno, dice: "Io voglio andare alla mia opera, alla mia giornata" e ancora proprio "Il mio dolore e la mia compassione – che importa tutto ciò! Forse che miro alla felicità? Io miro alla mia opera!". Ora è evidente che non c'è niente da operare nel senso pragmatico del termine, ma bisogna far ben attenzione a non confondere il leone col bambino. Zarathustra non è il superuomo, anzi è per lo più un leone appunto, lo stesso leone che gli appare come segno alla sua maturità, cioè quando anche la compassione per gli uomini (superiori) è scomparsa e i leone ruggendo li fa fuggire via con un grido che ora Z. non sente più. Senza filosofare su quanto sarebbe stato il quinto libro, possiamo senz'altro dire che Zarathustra è il profeta dell'eterno ritorno e in quanto tale non conclude ma ritorna al punto da dove era partito (anche se maturato): il sole ecc...
L'attesa dei figli (che a dir la verità non ho mai ben inquadrato in profondità) continuerà come sempre, l'attesa per qualcuno capace (come il sole) di sostenere l'eterno ritorno dell'uguale e di traboccare di doni. Insomma zarathustra continua la sua "opera" di filosofia e di educazione al superuomo, che è in ogni caso è a quanto siamo destinati tutti come lettori di Nietzsche. La risata stessa su cui riponi molta fiducia è sì l'esemplificazione del "che importa/was liegt daran?" ma questi sono i segni del leone, non del fanciullo. Al bambino importa tutto, come un gioco certo, ma appassionatamente, deve saper dire di sì, ecco perchè quelle espressioni di mastroianni sono ancora da zarathustra ma non da superuomo, perchè fanno parte dello svalutamento della vita che si riduce a risata, nei suoi drammi come nei suoi piaceri, ma non sono ancora la ruota che gira da sè.
La risata trasfigurata del pastore, pensa a quella, è oltre-umana, è irrappresentabile:
"Oh, fratelli, udii un riso che non era di uomo, – e ora mi consuma una sete, un desiderio nostalgico, che mai si placa.
La nostalgia di questo riso mi consuma: come sopporto di vivere ancora! Come sopporterei di morire ora!"


CITAZIONE(BlackSmith @ Mar 21 2009, 10:27 AM) *
Cmq, volevo ringraziare pubblicamente Sgub, per la sua grandissima disponibilità, ha utilizzato una parte dl suo tempo per aiutarmi a correggere la bozza del mio stupidissimo racconto, dimostrandosi una persona speciale!


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Nachtlied
messagio Mar 21 2009, 01:41 PM
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CITAZIONE(BlackSmith @ Mar 21 2009, 10:27 AM) *
Nach, non mi è servito a niente ! Credo che l'approccio migliore, ha ragione sgub, sia contenuta nell'espressione di Mastroianni, raffigurata nel suo avatar, ogni volta che la osservo penso al finale dello Z.

Infatti non mi riferivo espressamente a N, ma alle cose di tutti giorni, nel senso che cerchi sempre di entrare dentro al problema.
Appunto per questo per capire veramente N dovresti entrare dentro il suo pensiero, non attraverso un quadro, ovvio, ma studiando e criticando continuamente.

La compassione è ciò che lega Zarathustra a noi, è l'unica caratteristica ancora veramente umana presente in un'anima che è già dionisiaca, l'unica che ha capito la necessità di tramontare.
Per questo Zarathustra non è il superuomo, anche se ne è il profeta, l'annunciatore, in un certo senso il "padre" (anche se i 'veri genitori' - cito Deleuze - sono Dioniso e Arianna, ovvero l'affermazione della vita e l'affermazione dell'affermazione, la redenzione del passato...).


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BlackSmith
messagio Mar 21 2009, 07:40 PM
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CITAZIONE(Nachtlied @ Mar 21 2009, 01:41 PM) *
Infatti non mi riferivo espressamente a N, ma alle cose di tutti giorni, nel senso che cerchi sempre di entrare dentro al problema.
Appunto per questo per capire veramente N dovresti entrare dentro il suo pensiero, non attraverso un quadro, ovvio, ma studiando e criticando continuamente.
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BlackSmith
messagio Mar 21 2009, 08:03 PM
Messaggio #34


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Sono cose che costano mio caro amico, lo so!
Ma noi intellettuali, dico noi, perchè ti considero tale, abbiamo il dovere di rimanere lucidi fino alla fine.
Ci sono già troppe cose superflue al mondo, non è il caso di aggiungere altro disordine al disordine.
Distruggere è meglio che creare, quando non si creano le poche cose necessarie, e poi c'è qualcosa di così chiaro e giusto al mondo che abbia il diritto di vivere? Meglio lasciare andare giù tutto e far spargere sale, come facevano gli antichi, per purificare i campi di battaglia; in fondo avremmo solo bisogno di un pò di igiene, di benzina, di disinfettante. Siamo soffocati dalle parole, dalle immagini,dai suoni, che non hanno ragione di vita, che vengono dal vuoto e vanno verso il vuoto. A un artista, veramente degno di questo nome, non bisognerebbe chiedere che quest'atto di lealtà: educarsi al silenzio.
Ricordi l'elogio di Mallarmé alla pagina bianca, a Rimbaud, un poeta mio caro, nella sua poesia la sua rinuncia è continuare a scrivere " se non si può avere il tutto, il nulla è la vera perfezione". Perdonami quest'eccesso di citazioni, ma mi viene rabbia a pensare che uno dovrebbe lasciare dietro di se, un'intera opera, come lo sciancato si lascia dietro di se la sua impronta deforme, che mostruosa presunzione, credere che gli altri si gioverebbero dello squallido catalogo degli orrori e degli errori umani. Allora cosa importa cucire insieme brandelli della nostra vita, i vaghi ricordi o i volti delle persone che non si è saputo amare mai!


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Agli uomini dei quali mi importa qualcosa io auguro sofferenze, abbandono, malattie, maltrattamenti, disprezzo..., io desidero che non restino loro sconosciuti il profondo disprezzo di sé, il martirio della diffidenza di sé, la miseria del vinto
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BlackSmith
messagio Mar 23 2009, 07:00 PM
Messaggio #35


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Perchè uno dovrebbe lasciare dietro di se, un'intera opera, come lo sciancato si lascia dietro di se la sua impronta deforme? Non è questa una mostruosa presunzione, credere che gli altri si gioverebbero dello squallido catalogo degli orrori e degli errori umani. Allora cosa importa cucire insieme brandelli della nostra vita, i vaghi ricordi o i volti delle persone che non si è saputo amare mai!


Ma Nietzsche ha amato più se stesso o gli altri?



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Agli uomini dei quali mi importa qualcosa io auguro sofferenze, abbandono, malattie, maltrattamenti, disprezzo..., io desidero che non restino loro sconosciuti il profondo disprezzo di sé, il martirio della diffidenza di sé, la miseria del vinto
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Sgubonius
messagio Mar 23 2009, 09:46 PM
Messaggio #36


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CITAZIONE(BlackSmith @ Mar 23 2009, 07:00 PM) *
Ma Nietzsche ha amato più se stesso o gli altri?


Quando si ama la "vita" (intesa non come dolce...vita, bella vita) non c'è distinzione fra dentro e fuori.
Eventualmente direi se stesso comunque!! laugh.gif


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"Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sì"
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Nachtlied
messagio Mar 27 2009, 08:15 PM
Messaggio #37


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CITAZIONE(Sgubonius @ Mar 20 2009, 12:26 AM) *
Come ho avuto modo di far intendere citando Deleuze la vittima è l'identità del soggetto, ma la struttura conoscitiva rimane necessariamente come "cogito". Purtroppo questo è veramente un campo minato dove le parole tradiscono e il pensiero è stirato ai suoi limiti, però in fondo è proprio questo il bello del filosofare. L'arte diventa l'etica del superuomo, che passa anche attraverso la liberazione dall'umano (dall'io individuato, nome+cognome+luogo+tempo). Essere un capolavoro, ma chi deve essere un capolavoro? Questa è la domanda più difficile, ecco quel "si" di cui parla Deleuze, un impersonale è il permanere del soggetto svestito dei suoi panni personalistici, un "io" incrinato o dissolto, uno specchio in frantumi, che in quanto tale riflette la sua poliprospettiva (inevitabile pensare a Picasso) che non è oggettività ma è indifferenziazione dionisiaca nella VdP.

Il problema è che qui davvero siamo nella teoria più pura... io credo che in senso più vicino a noi l'opera d'arte che è il prodotto dell'artista/superuomo serva solo ad educarci a tale condizione, ma nel momento in cui siamo superuomini non si dà più necessità di fruizione estetica del prodotto da altri. L'estetica è proprio la condizione di liberazione dal "soggetto", e in alcune opere (per la grazia dionisiaca) noi, ancora soggetti, abbiamo come un tracciato della via da percorrere e niente più.
Però ripeto che io qui mi muovo coi piedi di piombo, Deleuze dovrei rileggerlo (sto aspettando di trovare "La Logica del Senso") e tutto è ancora per me in una nuvola di approssimazione tremenda.

Ci ho riflettuto tutta la settimana e direi che è un'ipotesi del tutto più che accettabile per me... wink.gif


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