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> Quali sono i valori creativi e costruttivi di Nietzsche?
Mauro
messagio May 1 2010, 07:00 AM
Messaggio #1


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[font="Verdana"][/font][size="4"][/size] Ho letto con grande piacere il topic sul nichilismo-dovreste pubblicarlo, è profondo e intenso per contenuti e lucidità-.
Volevo chiedere al qualche appassionato generoso,in sintesi: Quali sono i valoro creativi e costruttivi di Nietzsche, dopo la sua geniale analisi del nichilismo? Dice d'averlo superato ma non ho capito come...grazie.
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Sgubonius
messagio May 23 2010, 01:16 AM
Messaggio #2


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CITAZIONE(Mauro @ May 1 2010, 08:00 AM) *
Ho letto con grande piacere il topic sul nichilismo-dovreste pubblicarlo, è profondo e intenso per contenuti e lucidità-.
Volevo chiedere al qualche appassionato generoso,in sintesi: Quali sono i valoro creativi e costruttivi di Nietzsche, dopo la sua geniale analisi del nichilismo? Dice d'averlo superato ma non ho capito come...grazie.


In verità i valori non sono mai creativi "in sé", la creazione è creazione di valori. La differenza è fra chi crea valori e chi li prende per costituiti e li difende. Certo poi troverai delle tonnellate di "letteratura" che parla di un Nietzsche reazionario, ma di per sé non c'è nessun filosofo più vicino alla rivoluzione (permanente) di Nietzsche. Qualunque valore per sua stessa natura "decade" nel nichilismo, in quanto il valore è semprei mposto e basato sul nulla, e la difesa strenua di un valore costituito diventa difesa di una nullificazione. L'importante, per usare una parola che lui stesso usa, è "trasvalutare" i valori. L'uomo valuta, il superuomo transvaluta.

Un esempio banale, ma pregnante, è quello dell'Amor Fati. Se uno deve "divenire ciò che è" o "desiderare quello che accade", è del tutto impossibile stabilire valori rigidi a priori, perché i "fatti" (premesso che sono sempre interpretazioni dipendenti dal valore con cui le si valuta) potrebbero deludere le aspettative. Bisogna piuttosto avere la vastità e la flessibilità del mare che è capace di assorbire in sé il fiume più sporco senza contaminarsi, bisogna insomma trasvalutare i valori, riprenderli in "après-coup" col tempo a rovescio (l'eterno ritorno) per adattarli alla situazione, cambiare sempre, alla Eraclito o Spinoza. Esiste solo ciò che si muove, cioè che ha potenza (ciò che vuole potenza), il nulla è tutto ciò che si congela, si ferma, si accascia, stanco e deluso, tutto ciò che si arrocca nella sua piccola posizione (ideale) da difendere.

Almeno questa è la mia interpretazione, deformata probabilmente da letture particolari di particolari interpreti di Nietzsche. A partire dai suoi testi si trova tutto questo, ma si trovano anche tante posizioni puramente reazionarie (sull'esercito prussiano, sulla musica, sull'aristocrazia) che in questo caso sarebbero da prendere con le pinze (Wagner non è "negativo" perché è rivoluzionario musicalmente, anzi questi furono fattori che affascinarono Nietzsche, lo è perché la sua è una restaurazione mascherata, come in Marx, l'eroe della teoria del valore-lavoro).


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Mauro
messagio May 23 2010, 07:38 AM
Messaggio #3


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Ti ringrazio per il chiarimento, Sgub...sei sempre molto acuto quanto gentile.Sai queste questioni sono molto importanti per me e mi sei di grande aiuto,grazie!
Ma come diceva il Grande Baffo, che importa di me! Volevo confrontarmi con te su un'altra questione: eterno ritorno e volontà di potenza,interconnessi in un modo a me ancora misterioso-dopo trent'anni che mastico e rimastico Nietzsche-sprigionano, a mio modesto avviso, quella "costruttività" che redime dal nichilismo.
Eterno Ritorno è non vivere più nell'ansia di mete future impraticabili ma nella costante scoperta del momento presente -con l'etica dell'Amor fati- e la VdP come arte è quel sigilla d'Eternità che il nostro Divenire chiede come impulso all'Essere.
Imprimere il sigillo dell'Essere sul Divenire, mi pare dica da qualche parte il nostro amico.COme è possibile questa trasfigurazione? -Avviene per magia nell.54 della Gaya Scienza-
In sintesi, caro Sgub, secondo te come s'interfacciano la nuova concezione del Tempo nicciano con la VdP come arte? Creare un'opera d'arte non è irrigidire in una forma statica il fluire vitale?Sono conciliabili in una sfere trasfigurata il Divenire e l'Essere?
Spero che tu voglia essere ancora così gentile da rispondermi.
Un grazie sentito. Ciao e stai bene.
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Fulcanelli
messagio May 23 2010, 07:18 PM
Messaggio #4


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CITAZIONE(Mauro @ May 1 2010, 08:00 AM) *
[font="Verdana"][/font][size="4"][/size] Ho letto con grande piacere il topic sul nichilismo-dovreste pubblicarlo, è profondo e intenso per contenuti e lucidità-.
Volevo chiedere al qualche appassionato generoso,in sintesi: Quali sono i valoro creativi e costruttivi di Nietzsche, dopo la sua geniale analisi del nichilismo? Dice d'averlo superato ma non ho capito come...grazie.

Caro Mauro,Nietzsche si considera un pessimista della forza,per cui non ritiene di aver superato il nichilismo.Infatti la definizione che da del nichilismo è:'l'uomo non può non volere,però può volere il Nulla!E tutti i pensatori e le religioni,da oriente a occidente hanno costruito un mondo fittizio,illusorio in cui credere:il mondo Vero,almeno fino a lui.Superare il nichilismo e quindi sopportare gioiosamente una concezione del mondo terrifica,priva di consolazioni di ogni sorta,di ogni ordinamento logico e razionale,sapere che la propria concezione è prospettica e quindi falsa,rinunciare alla 'verità' concepita come ultima espressione della volontà che vuole il Nulla e dunque imporre nuovi valori,i valori che appartengono alla vita,alla terra,i valori aristocratici (il sano egoismo, l'amore e il rispetto per il corpo,apprezzare e rispettare le pulsioni sessuali,provare piacere nel donare,il coraggio,la capacità di lottare,il voler creare,espandere le proprie capacità mentali,la vita interiore,la conoscenza,sapendo che nulla è vero,in una parola:volere la potenza!)...fare tutto questo richiede non la semplice volontà di un individuo,ma un accumulo di energia nel tempo che si faccia corpo e pensiero in uomini e donne capaci 'fisiologicamente' di sopportare il caos,la concezione dionisiaca del mondo. Il nichilismo è un derivato della stanchezza,della debolezza,della decadènce da cui non ci si può liberare 'così',per fede!Si può però consapevolmente invertire la direzione,volere la vita,la potenza quindi,con tutta la sua immoralità,orientarsi verso una forma di vita 'ascendente',in un concetto:volere il superuomo,volere tramontare affinchè venga il superuomo.Infatti Zarathustra è vicino a colui che cade dalla corda tesa tra la scimmia e il superuomo:colui che con un balzo scavalca il funambolo che cade e muore poi minaccia Zarathustra,diviene portavoce dei potenti della città e gli ingiunge di lasciare subito la città se non vuole essere ucciso.Cosa significa questo?Che i potenti e i loro lacchè,di oggi come di ieri,sono il maggior ostacolo alla venuta del superuomo,perché essi stessi credono di essere tali e non vogliono tramontare,non vogliono rinunciare alle loro menzogne dette consapevolmente perché su quelle si regge il loro potere!Dopo la caduta delle aristocrazie greca e romana non dominano i migliori,coloro che tendono a tramontare per amore del superuomo,i virtuosi in base al concetto di virtù classica,i forti,ma dominano i furbastri,gli scaltri,gli istrioni,coloro che fintamente si servono della morale dei deboli,della moralina,per ammansire il popolo e ingannarlo al fine di esercitare la propria volontà di potenza.A causa loro l'umanità è indirizzata verso i valori che negano la vita,è corrotta dallo sguardo impuro verso tutto ciò che lega alla vita,a questa innocente vita...Grazie a loro l'uomo si è fermato, non ha più valori egoistici,non sente più il proprio vantaggio in ciò che realmente lo conduce a se stesso,a divenire ciò che è,e sono riusciti a far coincidere ciò che è 'buono' con ciò che è altruistico e tutto ciò che è egoistico con la fogna interiore di ciò che è più basso e meschino...che brutta concezione ha di sè l'uomo contemporaneo,tutt'altro che aristocratica!Io non sono completamente daccordo con le idee di Fritz - daltronde coerentemente come potrei esserlo? - ma,non sentite amici?! l'odore pestifero della putrefazione del corpo di dio e di tutte le divinità della terra si sta trasformando lentamente,lentamente in un profumo soave e intenso,come di fiori e chicchi d'uva calpestati,esattamente come avviene nella fase alchemica della 'putrefactio' e,quindi,in natura,i deboli con i loro seguaci,potenti o meno credano di essere,cattivi o buoni suppongano essere,soccombono davanti a se stessi distrutti dalla propria debolezza,inconsapevoli del fulmine che sta per coglierli,dell'Aurora che sta per nascere e in verità il più terribile tra loro,il più barbaro e brutale non è che un agnellino indifeso a fronte di colui che viene,del divino che nasce in noi,e dell'arma infallibile che brandisce,un uomo rinato,gioioso,che danza...un liberato,quasi un ...un...ma si,un superuomo!e li non vedete luccicare la sua arma,l'unica,ma di gran lunga la più temibile? il suo riso...il suo riso sommesso e divino,il riso di un convalescente,di un filosofo che ride come mai prima si era riso!?
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Mauro
messagio May 24 2010, 06:57 PM
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CAro Fulcanelli,
ti ringrazio per il tuo intervento mirabile, nella prima parte esaustivo a livello teorico e nella seconda scoppietante di prosa filosofica alla Fritz! I miei sinceri complimenti.
Anche a te rivolgo la stessa seconda domanda che avevo rivolto a Sgub, per ampliare il dibattito.
Sempre nell'ottica del valore creativo, come si saldano l'eterno ritorno e la volontà di potenza come arte.C'è un nesso sul vivere per l'attimo come se tornasse indietro eternamente- la saldatura Essere e Divenire-ma mi piacerebbe approfondire la congiuntura che trovo molto intrigante per il pensiero filosofico.
Grazie per un tuo eventuale ascolto e interessamento concettuale .Ciao
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Sgubonius
messagio May 27 2010, 01:51 PM
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Vale ovviamente anche tutto quanto detto da Fulcanelli, sul piano più etico-socio-politico (che comunque è un tuttuno in Nietzsche col piano filosofico che ho tentato di tratteggiare in apertura). Poi ci sarebbe da affrontare una questione molto spinosa qua, che magari rinvio per ora, riguardante i meccanismi interni della volontà di potenza (ovvero: come è possibile che la volontà di potenza diventi debolezza?), è forse il punto più controverso nella filosofia di Nietzsche (se approfondita fino alla sua "posizione di base").

Concludendo invece (nella misura in cui si può concludere qualcosa sotto il regime dell'eterno ritorno, cioè sempre e tuttavia mai "del Tutto") la questione di Eterno Ritorno e Volontà di Potenza, che è comunque stata affrontata penso in un topic che puoi trovare facilmente, penso che si tratti di continuare su quella strada che ho accennato prima. Ovvero: il tempo ciclico come sigillo anulare (questa è la simbologia dello Zarathustra), come prova, come test per saggiare la flessibilità di un soggetto, di una volontà che sia sufficientemente oltre-umana da diventare "volontà di volontà" (sinonimo in Nietzsche di VdPotenza) e quindi proprio volontà circolare. Non parlerei però di "cogliere l'attimo", è una banalizzazione pericolosa del pensiero di Nietzsche, che fa perno proprio su quella frase apparentemente innocua che citavi: "imprimere il carattere dell'essere al divenire" (oltre che sulla "porta dell'adesso" in La visione e l'enigma). Questa frase, di cui parla diffusamente Heidegger (e ci basa quasi la sua critica di Nietzsche come metafisico), è ambigua proprio perché va al nocciolo di tutto il caos nietzschiano. Su questo punto penso che tu possa trovare molto in giro nel forum, c'è un topic su Nietzsche e Heidegger che ruota attorno a questo. Non è esistenzialismo e non è carpe diem (il dies ha sempre l'etimologia del deus), è piuttosto l'opposto, la fuga dall'istante sovrano, dal pensare il tempo come uno spazio, fatto di somme di punti integrabili, verso l'Aiòn eracliteo, che è il regno di un fanciullo.

Provo a fare comunque un sunto estremo:
L'eterno ritorno è una nozione che circola (!) in filosofia da sempre. E' il modo più semplice per risolvere ogni "regressum ad infinitum" e l'alternativa più credibile al motore primo immobile aristotelico. C'è eterno ritorno in Platone, c'è eterno ritorno presso gli stoici, presso lo zoroastrismo, eccetera. Qual'è la differenza qui? Se è vero che l'ER imprime una condizione di staticità ad un divenire, esaurendo i casi possibili e riducendo il movimento ad una variazione localizzata (il circolo è il paradigma delle figure geometriche differenziabili e finite, con conseguente integrabilità e rapido calcolo dell'area, nonché il modello dell'insiemistica a cui si riduce il 90% della matematica), è vero anche che questo non esaurisce tutto il pensiero Nietzschiano (mentre esaurisce gran parte di quello stoico e platonico, con funzione puramente "distributiva", c'è un topic anche sul confronto fra stoicismo e nietzsche se vuoi). Cosa c'è di più? C'è la volontà di potenza. Se la volontà di potenza è creazione di valori, è volontà di volontà, è divenire, è differenza, non potrà mai chiudersi in un circolo "perfetto" (nell'etimo: perficiere = completare) che ne distribuisca la fenomenologia allocando tutti i casi in una casellina di tempo. Piuttosto l'eterno ritorno resterà un pensiero limite, una prova estrema per il pensatore del divenire, che chiama all'affermazione di un divenire che superi l'allocazione circolare prestabilità da e per sempre, che sia quindi creativo intrinsecamente ed eternamente. Gilles Deleuze ha diffusamente esposto le differenze fra un ritorno "dell'uguale" e un ritorno "della differenza" (cioè della creazione, della volontà, della potenza), e lo troverai come riferimento in quei topic. L'opera d'arte, e qui arriviamo al fulcro di caos e ambiguità, è proprio questa sintesi antihegeliana di Essere e Divenire. Mi appoggio necessariamente a Deleuze e a Derrida: se io ripeto la "differenza in sé", io ottengo sempre delle differenze, perché è proprio della "differenza in sé" di cambiare ripetendosi, di differire da se medesima, quindi non vigerà mai un rapporto biunivoco (insiemistico) e allocativo/distributivo fra essere e divenire, ma piuttosto ci sarà come un limbo, una membrana sottile, che separa-unendo i due mondi platonici. E' in questa logica antiplatonica e antihegeliana che si compie il pensiero di Nietzsche: l'opera d'arte non è mai un testo informativo, una ripetizione morta, rigida, significante un (solo) significato, ma è sempre una differenza in sé, una creazione permanente, che prolifera anche nella forma-morta (ma non vigono più distinzioni fra vivo e morto come non vigono fra essere e divenire: tutto è vivo e diveniente, tutto è VdP) dell'opera fissata. All'opera d'arte, come alla vita, manca sempre di essere un Tutto (contra Hegel), di essere insomma opera d'arte totale (contra Wagner): perché banalmente il Tutto non può "volere", non gli manca nulla, non ha nulla da desiderare (per lo stesso motivo per cui il vivente non può volere la vita, ma deve volere la potenza, contra Schopenhauer). E' fondamentale qui la lettura del capitoletto "Della Redenzione" dello Zarathustra (il redentore, oltre che Cristo è Wagner-Schopenhauer). L'opera d'arte, modello (non platonico) del superuomo, pur non essendo un fatto compiuto, è quanto emerge, attraverso la prova della fissazione "scritta" dell'eterno ritorno, dal mare di "frammenti e membra". Cito che si fa prima:

E il senso di tutto il mio operare è che io immagini come un poeta e ricomponga in uno ciò che è frammento ed enigma e orrida casualità.
E come potrei sopportare di essere uomo, se l’uomo non fosse anche poeta e solutore di enigmi e redentore della casualità!
Redimere coloro che sono passati e trasformare ogni ‘così fu’ in un ‘così volli che fosse!’ – solo questo può essere per me redenzione!


Ecco penso che qui si possa enucleare tutto il discorso. Redimere quindi non più nella nullificazione o totalizzazione (scontata la coincidientia oppositorum fra Schopenhauer-Wagner ed Hegel), ma nell'affermazione dell'orrida casualità a posteriori, in "après coup" dicevo prima citando Blanchot: "così volli che fosse" (una struttura che la grammatica non contempla, ma la grammatologia sì). Ma non si è redento il divenire nell'essere (sempre modellato sul tutto/nulla), lo si è redento nella creazione, nella santificazione del suo divenire stesso, nel suo mancare ed essere frammentario ed enigmatico, santificazione che passa dall'artista, dalla fissazione "scritta" (sottointendo qui tutto il discorso di Derrida sulla scrittura) di qualcosa di aleatorio di enigmatico, di "differente in sé" (l'esempio tipico, per consapevolezza, è Mallarmé).



Non so se è chiaro, non sono cose banalissime, ho cercato di renderle più semplici possibili senza sminuirle, evitando il più possibile le divagazioni che mi tentano. Le letture chiave in questo dibattito credo siano il "Nietzsche" di Heidegger (che mostra come si possa ridurre Nietzsche ad un filosofo metafisico interessato a farla finita col divenire e il differenziale, integrandolo nel grande cerchio degli istanti consecutivi) e "Differenza e Ripetizione" di Deleuze che libera di nuovo Nietzsche da questa interpretazione claustrale. Il discorso si articola quindi su questo nuovo modo di pensare i dualismi, né platonico, né hegeliano (le due grandi dialettiche), ma forse eracliteo (in uno dei frammenti si dice: "Dio è giorno e notte, inverno ed estate, guerra e pace, fame e sazietà. Se prende nomi diversi, lo fa come il fuoco quando, mescolato a spezie, prende nome dall'aroma di esse").


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Fulcanelli
messagio May 27 2010, 06:08 PM
Messaggio #7


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CITAZIONE(Mauro @ May 24 2010, 07:57 PM) *
CAro Fulcanelli,
ti ringrazio per il tuo intervento mirabile, nella prima parte esaustivo a livello teorico e nella seconda scoppietante di prosa filosofica alla Fritz! I miei sinceri complimenti.
Anche a te rivolgo la stessa seconda domanda che avevo rivolto a Sgub, per ampliare il dibattito.
Sempre nell'ottica del valore creativo, come si saldano l'eterno ritorno e la volontà di potenza come arte.C'è un nesso sul vivere per l'attimo come se tornasse indietro eternamente- la saldatura Essere e Divenire-ma mi piacerebbe approfondire la congiuntura che trovo molto intrigante per il pensiero filosofico.
Grazie per un tuo eventuale ascolto e interessamento concettuale .Ciao

Caro Mauro,io penso,come già Aristotele,che l'origine dell'amore per il sapere derivi dalla meraviglia e dal conseguente interrogarsi.Ponendo ciò come premessa ci tengo a sottolineare quanto ritenga sterile e privo di qualsiasi interesse l'atteggiamento poco filosofico di chi si adagia sulle teorie altrui acriticamente allo scopo di evitare qualsiasi sforzo creativo che provenga da un autentico interesse(quindi nella più vera adesione alla concezione del Nostro secondo cui la conoscenza non è mai 'disinteressata').Quindi non posso fare a meno di apprezzare il tuo interrogarti e di cogliere l'occasione per spiegare a te e a coloro che fanno parte del Forum le ragioni della mia adesione e il senso del mio nickname.Cominciamo da quest'ultimo.Fulcanelli,per chi non ne fosse a conoscenza, è l'ultimo alchimista vissuto nel XX secolo.L'Alchimia è un'Arte e una filosofia della Natura che intende pervenire alla conoscenza del significato ultimo delle cose e dell'uomo,significato ultimo si ma non statico poiché richiede un'evoluzione coscienziale che conduce il filosofo a livelli di consapevolezza tali da risultare non concepibili in uno stato di coscienza normale per cui anche le contrapposizioni su cui si fonda la logica comune (come ad es. statico-in movimento)vengono superate in un rinnovamento totale del pensiero e dell'essere.Tutto ciò senza far riferimento ad esoterismi strani o mistificazioni,ma soltanto studiando i testi classici e,soprattutto,osservando la natura.Questo sapere era parte sostanziale di tutti i misteri antichi,compresi quelli relativi al dio Dioniso che evidentemente ci interessa in questa sede.Considerando:1)che la scienza contemporanea,benché costretta nelle catene dei poteri costituiti,si colloca oggi,differenziandosi da quella positivistica dei tempi di Nietzsche,sulla scia dell'Alchimia antica nel suo intento di scoprire le basi ultime della materia e la relazione che intercorre tra osservatore e oggetto osservato utilizzando strumenti logici che poco o nulla hanno in comune con quelli classici e perciò conducono il pensiero a nuovi livelli;2)che,alla luce di tali conoscenze,veri o falsi risultassero gli intenti dell'Alchimia essa rimane comunque silenziosa nei secoli come una Sfinge a rappresentare l'enigma e ad indicarci la soluzione del problema dell'uomo e dell'essere-divenire (ad es.:l'uomo ad un livello di coscienza superiore può essere considerato un superuomo?);3)che il Rinascimento si è sviluppato su tematiche inerenti l'Alchimia prendendo ispirazione dal Corpus Hermeticum e riscoprendo autori classici epurati dall'interpretazione cattolico-ecclesiastica,come Platone e Aristotele, e che da questo lavoro filologico sia dipeso tutto il progresso filosofico e scientifico seguente (vedi:Bernardino Telesio,Tommaso Campanella,Marsilio Ficino,Copernico,Giordano Bruno,Galileo,F.Bacone ecc.) e la totale trasformazione delle concezioni dell'uomo e del mondo;4)che,infine,la filosofia nietzschiana pone a suoi temi centrali la critica dell'etica,la possibilità di nuove prospettive per l'uomo,il senso della vita al di là delle facili mistificazioni religiose,la passione per la conoscenza intesa in tutto il suo potere trasfigurante (filosofia della vita),la riscoperta dell'aspetto dionisiaco e della sua funzione nella cultura greco-antica,la fondazione di una nuova ontologia immanentistica unitaria dell'universo(vedi Par. 1066 e 1067 della Volontà di potenza) e tutto ciò in vista di un uomo nuovo,rinascimentale che trasmuta se stesso come la Fenice del mito,guarda caso simbolo caro agli alchimisti,in un percorso labirintico e irto di pericoli dove ci si perde senza il filo di Arianna e dove il Teseo filosofo corre ogni momento il pericolo di essere dilaniato da un più o meno riconoscibile Minotauro.Considerando tutto questo mi è sembrato che lo pseudonimo già utilizzato dal misterioso alchimista ben si addicesse a rappresentare sia il mio personale approccio alle tematiche su menzionate,sia l'atteggiamento critico che deve essere riservato,come lui stesso ci insegna,negli stessi confronti del nostro Autore tanto amato.Inoltre Fulcanelli stesso esordisce nella Conclusione del Mistero delle cattedrali con un detto di Zarathustra o Zoroastro: 'Scire.Potere.Audere.Tacere.'(Sapere.Potere.Osare.Tacere).Nel prosieguo del capitolo afferma:'Essa-riferendosi all'alchimia e alla filosofia in generale-esige la più grande semplicità e l'assoluta indifferenza nei confronti delle teorie,dei sistemi,delle ipotesi che,generalmente,sono ammessi senza dimostrazione,facendo fede sui libri o sulla reputazione dei loro autori.Essa vuole che i suoi aspiranti imparino a pensare di più col proprio cervello,e meno con quello degli altri.'E più in là:'Nella scienza,nel Bene,l'adepto deve per sempre tacere.'Da quali oscuri recessi,da quali segreti sotterranei e profondità temporali provengano un tale sapere e tali misteri celati nei più antichi riti di iniziazione alle divinità pagane e cosa facciano presagire sia nascosto nei più reconditi recessi della nostra anima,di noi civili ed evoluti uomini del XXI secolo,beh questo non ci è dato sapere senza una lunga e sofferta ricerca con tutti i pericoli che essa comporta.E come non balza alla mente la figura degli ultimi anni di un Nietzsche avvolto da un silenzio abissale,folgorato non dalla malattia,ma dalla luce della verità,quando leggiamo le parole di Fulcanelli:'l'adepto deve per sempre tacere' nel Bene? al di là del Bene e del Male forse?Chi lo sa!Qual è stato l'errore?Quale l'imprudenza?Certo dietro quell'immagine del filosofo malato,ridotto al silenzio,forse punito non certo dal dio cristiano,ma dagli dei stessi e principalmente da quello da lui evocato,gigantesca si staglia sul fondo l'immagine di Dioniso in persona,per nulla impietosito dalla sorte del suo discepolo,e che anzi ride e ci annuncia nuovi tempi,un nuovo Rinascimento!Se non siete stanchi di leggere,ma no n credo affatto,queste,invece,le ragioni dell'adesione al Forum.1)Io credo che Nietzsche sia l'ultimo filosofo,nel senso che è l'ultimo ad aver preso in considerazione problematiche significative di portata vitale senza girarci intorno,senza tralasciare ciò che era scomodo,senza scadere in elucubrazioni sterili,senza la volontà di avere seguaci.Basta un piccolo confronto con Heidegger,per citare uno di quelli che lo ha preso in considerazione,per rendersi conto di come questi receda davanti ai problemi reali,si rifugi in una nuova teologia,inventi addirittura un nuovo linguaggio,scusate 'lin-guaggio', e per fare che? per far rientrare la metafisica cacciata da Nietzsche a calci dalla porta in modo subdolo e pretesco dalla finestra con i suoi concetti di verità autosvelantesi (alethèia),il Dasein,l'essere gettati nel mondo,la poesia,o scusate,Poesia,quale palesarsi dell'autodisvelarsi dell'Essere,ecc.E cos'è quest'Essere se non ancora una volta un'estrema astrazione e ragnatela riveduta e corretta del Dio cristiano che nega il mondo,che nega questo mondo?E cos'è l'esserci se non un'ulteriore concezione dell'uomo morale emiplegico evirato dei propri istinti?Solo che qui la morale è quella di un parassita che si nutre di sangue,un dio nulla a cui sacrificare esseri umani!Ah,non è un caso che Martin Heidegger abbia aderito al partito nazista...ma,dico,ve lo immaginate Nietzsche nazista?Con tutto il suo amore per l'uomo?anche se per un certo tipo di uomo...penso avrebbe subito rivisto e corretto tutto il suo studio sperimentale,non dimentichiamolo,sulla genealogia della morale pur di evitare un fraintendimento di tale portata!2)Di conseguenza penso che nonostante tutto l'interesse rivolto nei confronti del nostro filosofo da centinaia di studiosi,la sua opera sia tuttora chiusa e,per cosi dire,priva di frutti,e che per poterne enucleare al meglio il pensiero e poter aprire nuovi orizzonti sia necessario utilizzare gli stessi strumenti critici da lui elaborati nelle sue opere verso le sue stesse concezioni e le loro premesse.Se è vero che Nietzsche rappresenta un elemento di forte discontinuità e di vera e propria rottura nella linea che dagli antichi greci giunge fino a noi e denominata 'pensiero occidentale' è altrettanto vero che molte considerazioni,idee,ispirazioni,teorie si rendono più chiare e urgenti oggi in quando stiamo assistendo nei fatti a ciò che è stato magnificamente preannunciato.In poche parole mancano i nuovi filosofi e allora vi dico:'Guardiamoci in faccia.Noi siamo Iperborei,-noi sappiamo abbastanza bene quanto in disparte viviamo.'o mi sbaglio?
Ora,dopo questo breve (eheheh) preambolo per non deluderti ti rispondo:il valore diviene creativo nel momento in cui sei felice,vivi un momento di pienezza per cui il sentimento,da cui proviene la posizione del valore stesso,imprime sulle cose il suo significato,la sua gioia,la sua potenza.Se la vita viene vissuta in questa dimensione vuol dire che si tratta di un'esistenza in ascesa e come tale non può che desiderare di eternarsi tornando infinite volte (eterno ritorno).Ma ciò richiede anche decisione:il morso che il pastore da al tempo-serpente.Infatti la Necessità come era concepita dagli Stoici integrava il volere dell'uomo fino a negarne la libertà, tant'è che Epicuro ebbe a dire:Non è necessario vivere secondo la Necessità dei Fisici(ossia gli Stoici). Nietzsche soffre dello stesso problema e in più non può ammettere il libero arbitrio senza ricadere nel concetto di colpa(responsabilità) e di peccato che lui critica nella concezione cristiana.Allora il morso è un puro atto di volontà che la volontà vuole in se stessa così che non può essere definito né necessitato né assolutamente libero.Certo è che con quell'atto nasce l'uomo libero(il superuomo),libero perché vuole tutto così com'è,che non è un vero e proprio essere liberi,però.Ok amici,non me ne vogliate e a presto.
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Fulcanelli
messagio May 27 2010, 08:30 PM
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CITAZIONE(Sgubonius @ May 27 2010, 02:51 PM) *
Vale ovviamente anche tutto quanto detto da Fulcanelli, sul piano più etico-socio-politico (che comunque è un tuttuno in Nietzsche col piano filosofico che ho tentato di tratteggiare in apertura). Poi ci sarebbe da affrontare una questione molto spinosa qua, che magari rinvio per ora, riguardante i meccanismi interni della volontà di potenza (ovvero: come è possibile che la volontà di potenza diventi debolezza?), è forse il punto più controverso nella filosofia di Nietzsche (se approfondita fino alla sua "posizione di base").

Concludendo invece (nella misura in cui si può concludere qualcosa sotto il regime dell'eterno ritorno, cioè sempre e tuttavia mai "del Tutto") la questione di Eterno Ritorno e Volontà di Potenza, che è comunque stata affrontata penso in un topic che puoi trovare facilmente, penso che si tratti di continuare su quella strada che ho accennato prima. Ovvero: il tempo ciclico come sigillo anulare (questa è la simbologia dello Zarathustra), come prova, come test per saggiare la flessibilità di un soggetto, di una volontà che sia sufficientemente oltre-umana da diventare "volontà di volontà" (sinonimo in Nietzsche di VdPotenza) e quindi proprio volontà circolare. Non parlerei però di "cogliere l'attimo", è una banalizzazione pericolosa del pensiero di Nietzsche, che fa perno proprio su quella frase apparentemente innocua che citavi: "imprimere il carattere dell'essere al divenire" (oltre che sulla "porta dell'adesso" in La visione e l'enigma). Questa frase, di cui parla diffusamente Heidegger (e ci basa quasi la sua critica di Nietzsche come metafisico), è ambigua proprio perché va al nocciolo di tutto il caos nietzschiano. Su questo punto penso che tu possa trovare molto in giro nel forum, c'è un topic su Nietzsche e Heidegger che ruota attorno a questo. Non è esistenzialismo e non è carpe diem (il dies ha sempre l'etimologia del deus), è piuttosto l'opposto, la fuga dall'istante sovrano, dal pensare il tempo come uno spazio, fatto di somme di punti integrabili, verso l'Aiòn eracliteo, che è il regno di un fanciullo.

Provo a fare comunque un sunto estremo:
L'eterno ritorno è una nozione che circola (!) in filosofia da sempre. E' il modo più semplice per risolvere ogni "regressum ad infinitum" e l'alternativa più credibile al motore primo immobile aristotelico. C'è eterno ritorno in Platone, c'è eterno ritorno presso gli stoici, presso lo zoroastrismo, eccetera. Qual'è la differenza qui? Se è vero che l'ER imprime una condizione di staticità ad un divenire, esaurendo i casi possibili e riducendo il movimento ad una variazione localizzata (il circolo è il paradigma delle figure geometriche differenziabili e finite, con conseguente integrabilità e rapido calcolo dell'area, nonché il modello dell'insiemistica a cui si riduce il 90% della matematica), è vero anche che questo non esaurisce tutto il pensiero Nietzschiano (mentre esaurisce gran parte di quello stoico e platonico, con funzione puramente "distributiva", c'è un topic anche sul confronto fra stoicismo e nietzsche se vuoi). Cosa c'è di più? C'è la volontà di potenza. Se la volontà di potenza è creazione di valori, è volontà di volontà, è divenire, è differenza, non potrà mai chiudersi in un circolo "perfetto" (nell'etimo: perficiere = completare) che ne distribuisca la fenomenologia allocando tutti i casi in una casellina di tempo. Piuttosto l'eterno ritorno resterà un pensiero limite, una prova estrema per il pensatore del divenire, che chiama all'affermazione di un divenire che superi l'allocazione circolare prestabilità da e per sempre, che sia quindi creativo intrinsecamente ed eternamente. Gilles Deleuze ha diffusamente esposto le differenze fra un ritorno "dell'uguale" e un ritorno "della differenza" (cioè della creazione, della volontà, della potenza), e lo troverai come riferimento in quei topic. L'opera d'arte, e qui arriviamo al fulcro di caos e ambiguità, è proprio questa sintesi antihegeliana di Essere e Divenire. Mi appoggio necessariamente a Deleuze e a Derrida: se io ripeto la "differenza in sé", io ottengo sempre delle differenze, perché è proprio della "differenza in sé" di cambiare ripetendosi, di differire da se medesima, quindi non vigerà mai un rapporto biunivoco (insiemistico) e allocativo/distributivo fra essere e divenire, ma piuttosto ci sarà come un limbo, una membrana sottile, che separa-unendo i due mondi platonici. E' in questa logica antiplatonica e antihegeliana che si compie il pensiero di Nietzsche: l'opera d'arte non è mai un testo informativo, una ripetizione morta, rigida, significante un (solo) significato, ma è sempre una differenza in sé, una creazione permanente, che prolifera anche nella forma-morta (ma non vigono più distinzioni fra vivo e morto come non vigono fra essere e divenire: tutto è vivo e diveniente, tutto è VdP) dell'opera fissata. All'opera d'arte, come alla vita, manca sempre di essere un Tutto (contra Hegel), di essere insomma opera d'arte totale (contra Wagner): perché banalmente il Tutto non può "volere", non gli manca nulla, non ha nulla da desiderare (per lo stesso motivo per cui il vivente non può volere la vita, ma deve volere la potenza, contra Schopenhauer). E' fondamentale qui la lettura del capitoletto "Della Redenzione" dello Zarathustra (il redentore, oltre che Cristo è Wagner-Schopenhauer). L'opera d'arte, modello (non platonico) del superuomo, pur non essendo un fatto compiuto, è quanto emerge, attraverso la prova della fissazione "scritta" dell'eterno ritorno, dal mare di "frammenti e membra". Cito che si fa prima:

E il senso di tutto il mio operare è che io immagini come un poeta e ricomponga in uno ciò che è frammento ed enigma e orrida casualità.
E come potrei sopportare di essere uomo, se l’uomo non fosse anche poeta e solutore di enigmi e redentore della casualità!
Redimere coloro che sono passati e trasformare ogni ‘così fu’ in un ‘così volli che fosse!’ – solo questo può essere per me redenzione!


Ecco penso che qui si possa enucleare tutto il discorso. Redimere quindi non più nella nullificazione o totalizzazione (scontata la coincidientia oppositorum fra Schopenhauer-Wagner ed Hegel), ma nell'affermazione dell'orrida casualità a posteriori, in "après coup" dicevo prima citando Blanchot: "così volli che fosse" (una struttura che la grammatica non contempla, ma la grammatologia sì). Ma non si è redento il divenire nell'essere (sempre modellato sul tutto/nulla), lo si è redento nella creazione, nella santificazione del suo divenire stesso, nel suo mancare ed essere frammentario ed enigmatico, santificazione che passa dall'artista, dalla fissazione "scritta" (sottointendo qui tutto il discorso di Derrida sulla scrittura) di qualcosa di aleatorio di enigmatico, di "differente in sé" (l'esempio tipico, per consapevolezza, è Mallarmé).
Non so se è chiaro, non sono cose banalissime, ho cercato di renderle più semplici possibili senza sminuirle, evitando il più possibile le divagazioni che mi tentano. Le letture chiave in questo dibattito credo siano il "Nietzsche" di Heidegger (che mostra come si possa ridurre Nietzsche ad un filosofo metafisico interessato a farla finita col divenire e il differenziale, integrandolo nel grande cerchio degli istanti consecutivi) e "Differenza e Ripetizione" di Deleuze che libera di nuovo Nietzsche da questa interpretazione claustrale. Il discorso si articola quindi su questo nuovo modo di pensare i dualismi, né platonico, né hegeliano (le due grandi dialettiche), ma forse eracliteo (in uno dei frammenti si dice: "Dio è giorno e notte, inverno ed estate, guerra e pace, fame e sazietà. Se prende nomi diversi, lo fa come il fuoco quando, mescolato a spezie, prende nome dall'aroma di esse").

Caro Sgubonius,stavo per uscire dal forum dopo aver letto questa tua risposta a Mauro ispirata alle analisi di Deleuze e Heidegger quando ritornando sui miei passi rileggo 'ci sarebbe da affrontare una questione molto spinosa ecc.'e non ho resistito,perché è proprio questa questione il centro di tutta la questione riguardante la selezione.Allora,andiamo per gradi: è considerato 'forte' un grande accumulo di volontà di potenza; 'debole' un piccolo accumulo di vdp.Bene:chi sono i forti?Coloro che dominano da un lato e le eccezioni,dall'altro.Chi sono i deboli?L'uomo comune,l'uomo massa,il gregge.Ciò che si critica non è l'esistenza del gregge,ma il fatto che la morale del gregge sia assurta a morale dominante e si presenti come morale 'in sé','morale per la morale' calunniando l'egoismo,ciò che è felice,in sintesi l'uomo d'eccezione,a favore del vantaggio che l'uomo gregario dovrebbe trarre da una morale altruistica nei suoi confronti,ovviamente.Hai ragione,il problema è spinoso e in tal grado che io sospetto che qui anche Nietzsche abbia sbagliato favorendo tutte le interpretazioni reazionarie che ne sono state fatte.Ma forse l'errore è voluto(la mia saggezza vi accecherà)e il suo pensiero diviene strategico e cattivo proprio per evitare che chiunque possa abbeverarsi alla pura fonte del sapere.I forti sono coloro che tiranneggiano in cui la vdp è forza bruta e scaltrezza,sono coloro che come l'aquila sbranano l'agnellino e che all'origine della storia umana hanno predominato sulla massa degli schiavi ed hanno originato l'aristocrazia.Non ci sono equivoci,né si deve erroneamente credere,come fa Vattimo (dio ce ne scampi),che una cosa è la volontà di dominio e un'altra la volontà di potenza.L'immoralità consiste proprio in questo.Raffinandosi ed evolvendosi la vdp diviene anche pensiero originando l'aristocrazia e l'etica aristocratica:anche il dominio sugli istinti è vdp.Quando decade la Civiltà classica la decadenza stessa consente il predominio della morale cristiana che è il compendio dell'esaltazione di ciò che è peggiore nell'uomo(la superstizione, l'ignoranza,l'uomo asceta,lo spirito come negazione del corpo,la negazione della natura ecc.),come può ben vedersi nel film del 2009,ma solo oggi pervenuto in Italia(immagina grazie a chi),Agora che è uno spaccato della città di Alessandria all'epoca della presa del potere da parte dei cristiani centrato sulla figura di Ipazia,filosofa neoplatonica e astronoma-matematica.Nel film,che è basato su fatti storici appare evidente come alcuni utilizzino l'ignoranza abissale delle masse per ottenere potere sfruttandone il ressentiment e determinando uno stato di cose oclocratico schierandosi contro la religione e la cultura pagane.Ed è anche chiaro il significato della parola 'amore' sulla bocca di tali individui:infatti Ipazia fu uccisa,fatta a pezzi (con dei gusci di ostrica) e bruciata per ordine del vescovo Cirillo.Comunque il discorso è lungo e dovremo riprenderlo.Ciao.
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Sgubonius
messagio May 28 2010, 04:26 AM
Messaggio #9


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Carissimo Fulcinanelli (piuttosto loquace, derridianamente, cioè scrivendo!!), certo hai buttato un pezzo di carne al fuoco che rende complicate le manovre, bisognerebbe scindere i problemi e cercare la massima sintesi.

Riguardo il problema "spinoso" della forza reattiva, mi riferivo in verità ad una cosa un po' più radicale, la genealogia della morale la conosco ed è abbastanza semplice capire, su un piano come dicevo prima etico-socio-politico il perchè del risentimento. Il problema emerge se su questo piano vogliamo unificare anche il piano filosofico, che come anche l'alchemia professa, necessità di estrema semplicità e rigore nei concetti. Qui il problema è: se tutto è Volontà di Potenza (detto e ridetto da Nietzsche), la volontà di potenza sembrebbe commettere come un "errore di calcolo" nella reattività, ovvero un potenziamento "locale" (del risentito) a spese della potenza "globale" (uso termini matematici dato che anche Nietzsche si affida ad un approccio un po' termodinamico). Il problema qui è quello dell'emergere del "soggetto" che vuole la potenza nel magma caotico della Volontà di Potenza come unica sostanza (spinoziana?). Ovvero, se la volontà di potenza fosse una, perfettamente "comunicante", cioè immanente, non potrebbe "sbagliarsi" e snaturarsi nel risentimento, c'è quindi necessariamente l'emergere di una trascendenza (che sia anche un campo di trascendenza, cioè un trascendentale) da qualche parte, che crea le condizioni perché il risentito possa volere la PROPRIA potenza a spese della volontà di potenza globale. Non è più un problema di civiltà, di romani, greci, alessandrini o rinascimentali, è un problema di mondo, di vita, di volontà di potenza senza paese, nazionalità né soggetto fissato.
Spero sia chiaro, ho cercato di semplificare al massimo.
Ed è qui che viene sempre in aiuto Deleuze, che tratta diffusamente, nel suo Nietzsche, della genealogia della morale, e che poi ritornerà su queste questioni di continuo nei suoi lavori con Guattari (Anti-Edipo e Millepiani). E' sempre la formazione "territoriale" (il soggettivismo, il gruppo, il partito, la nazione, il popolo romantico-hegeliano) che tradisce la volontà di potenza immanente che di per sé sarebbe sprigionamento libero di potenze affettive spinoziane. Ma resta il problema: come si ripiegano questi strati? Come avviene questo tradimento del risentito? Quale Dio gliene dà la forza e la condizione di possibilità (il trascendentale)?
E così arrivo alla fine: la filosofia di Heidegger non è banale e non è in opposizione con quella di Nietzsche. Si può imparare da tutti, lo ha fatto Derrida per esempio, offrendo spunti tratti da entrambi. Quando Heidegger ad esempio propone l'essere come velantesi-svelantesi, siamo proprio nel campo dell'emergere misteroso del risentimento, seppur con linguaggi totalmente diversi. Heidegger si domanda "a che punto avremo (impersonale) sbagliato?" come e quanto Nietzsche. Lo stesso Nietzsche nella Gaia Scienza e nel contra Wagner parla chiaramente dell'importanza dei veli, del mistero, dei campi di trascendenza (soggetti) col loro egoismo.

La taglio proprio breve breve: è questo egoismo (a cui siamo arrivati così, come una necessità, una condicio sine qua non della volontà e quindi della volontà di potenza) e una certa condizione di IMpossibilità (leitmotiv di molti pensieri di Derrida) che costituiscono il problema. Essere egoisti sì, ma essendo contemporaneamente dei soggetti lacerati, dionisiaci, che differiscono da se stessi nel loro divenire, che quindi quando desiderano qualcosa per sé è sempre per un sé diverso, che continuamente si è superato e ha voluto ulteriore potenza. C'è altrettanto parassitarismo in Nietzsche dunque, quando predica l'eterno ritorno, il rischio maggiore, l'impossibilità stessa della vita e del divenire creativo, come casa (dell'essere?) da abitare con cautela, sempre pronti a traslare il cerchio fuori dal suo centro, dall'interno, come nel linguaggio si devono frequentare i suoi buchi, gli sbalzi poetici in cui la ripetizione biunivoca circolare meccanica del significante e del significato non coincidono più.

Insomma non è così banale il problema. Se si trattasse solo dei frustrati che si prendono delle rivincite con gli ideali religiosi e morali sarebbe molto più semplice, ma sotto c'è un problema molto più grosso, che riguarda la posizione filosofica di fondo in bilico fra immanenza e trascendenza (cioè per l'appunto divenire creativo intrinseco, differenza in sé, contro la distribuzione della differenza che si origina dall'uguale e dalle sue categorie logiche). Ovviamente dubito di essere stato chiaro ma sono sempre qua per andare più nel dettaglio e riprendere tutti i punti.


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Fulcanelli
messagio May 28 2010, 04:42 PM
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CITAZIONE(Sgubonius @ May 28 2010, 05:26 AM) *
Carissimo Fulcinanelli (piuttosto loquace, derridianamente, cioè scrivendo!!), certo hai buttato un pezzo di carne al fuoco che rende complicate le manovre, bisognerebbe scindere i problemi e cercare la massima sintesi.

Riguardo il problema "spinoso" della forza reattiva, mi riferivo in verità ad una cosa un po' più radicale, la genealogia della morale la conosco ed è abbastanza semplice capire, su un piano come dicevo prima etico-socio-politico il perchè del risentimento. Il problema emerge se su questo piano vogliamo unificare anche il piano filosofico, che come anche l'alchemia professa, necessità di estrema semplicità e rigore nei concetti. Qui il problema è: se tutto è Volontà di Potenza (detto e ridetto da Nietzsche), la volontà di potenza sembrebbe commettere come un "errore di calcolo" nella reattività, ovvero un potenziamento "locale" (del risentito) a spese della potenza "globale" (uso termini matematici dato che anche Nietzsche si affida ad un approccio un po' termodinamico). Il problema qui è quello dell'emergere del "soggetto" che vuole la potenza nel magma caotico della Volontà di Potenza come unica sostanza (spinoziana?). Ovvero, se la volontà di potenza fosse una, perfettamente "comunicante", cioè immanente, non potrebbe "sbagliarsi" e snaturarsi nel risentimento, c'è quindi necessariamente l'emergere di una trascendenza (che sia anche un campo di trascendenza, cioè un trascendentale) da qualche parte, che crea le condizioni perché il risentito possa volere la PROPRIA potenza a spese della volontà di potenza globale. Non è più un problema di civiltà, di romani, greci, alessandrini o rinascimentali, è un problema di mondo, di vita, di volontà di potenza senza paese, nazionalità né soggetto fissato.
Spero sia chiaro, ho cercato di semplificare al massimo.
Ed è qui che viene sempre in aiuto Deleuze, che tratta diffusamente, nel suo Nietzsche, della genealogia della morale, e che poi ritornerà su queste questioni di continuo nei suoi lavori con Guattari (Anti-Edipo e Millepiani). E' sempre la formazione "territoriale" (il soggettivismo, il gruppo, il partito, la nazione, il popolo romantico-hegeliano) che tradisce la volontà di potenza immanente che di per sé sarebbe sprigionamento libero di potenze affettive spinoziane. Ma resta il problema: come si ripiegano questi strati? Come avviene questo tradimento del risentito? Quale Dio gliene dà la forza e la condizione di possibilità (il trascendentale)?
E così arrivo alla fine: la filosofia di Heidegger non è banale e non è in opposizione con quella di Nietzsche. Si può imparare da tutti, lo ha fatto Derrida per esempio, offrendo spunti tratti da entrambi. Quando Heidegger ad esempio propone l'essere come velantesi-svelantesi, siamo proprio nel campo dell'emergere misteroso del risentimento, seppur con linguaggi totalmente diversi. Heidegger si domanda "a che punto avremo (impersonale) sbagliato?" come e quanto Nietzsche. Lo stesso Nietzsche nella Gaia Scienza e nel contra Wagner parla chiaramente dell'importanza dei veli, del mistero, dei campi di trascendenza (soggetti) col loro egoismo.

La taglio proprio breve breve: è questo egoismo (a cui siamo arrivati così, come una necessità, una condicio sine qua non della volontà e quindi della volontà di potenza) e una certa condizione di IMpossibilità (leitmotiv di molti pensieri di Derrida) che costituiscono il problema. Essere egoisti sì, ma essendo contemporaneamente dei soggetti lacerati, dionisiaci, che differiscono da se stessi nel loro divenire, che quindi quando desiderano qualcosa per sé è sempre per un sé diverso, che continuamente si è superato e ha voluto ulteriore potenza. C'è altrettanto parassitarismo in Nietzsche dunque, quando predica l'eterno ritorno, il rischio maggiore, l'impossibilità stessa della vita e del divenire creativo, come casa (dell'essere?) da abitare con cautela, sempre pronti a traslare il cerchio fuori dal suo centro, dall'interno, come nel linguaggio si devono frequentare i suoi buchi, gli sbalzi poetici in cui la ripetizione biunivoca circolare meccanica del significante e del significato non coincidono più.

Insomma non è così banale il problema. Se si trattasse solo dei frustrati che si prendono delle rivincite con gli ideali religiosi e morali sarebbe molto più semplice, ma sotto c'è un problema molto più grosso, che riguarda la posizione filosofica di fondo in bilico fra immanenza e trascendenza (cioè per l'appunto divenire creativo intrinseco, differenza in sé, contro la distribuzione della differenza che si origina dall'uguale e dalle sue categorie logiche). Ovviamente dubito di essere stato chiaro ma sono sempre qua per andare più nel dettaglio e riprendere tutti i punti.

Caro Sgorbionus,forse bisognerebbe sintetizzare i problemi e cercarne la massima scissione.Se io parlo arslogotato e cerco in base al concetto derridiano di 'traccia' il presente nel presente per una forma ontologica del pensiero che si traduce in un pensiero del pensato che però non è antecedente temporalmente ma nel pensiero stesso e pertanto indica la radice di ciò che questo pensiero e significato assume nel futuro,nel 'penserò',in quanto volontà di potenza,essendo il mio pensiero e volontà,volontà di cogliere l'essere nel suo autodisvelarsi originario e cosi entificarsi nel suo essere puntiforme,ma allo stesso tempo nella tensione dell'energia accumulatasi nell'arco tendente a superare se stessa:ebbene ciò rappresenterebbe nell'economia della totalità delle volontà di potenza semplicemente un quantum di energia che viene sottratta ad un'altra volontà di potenza senza minimamente incidere o sottrarre nulla alla totalità compiuta.Se ti piace possiamo discutere cosi,se non fosse che considero questa forma di linguaggio intenzionalmente tesa,fin dalla sua origine - e cioè le menti che l'hanno partorita:Deleuze,Guattari e Derrida - a non farsi comprendere un tentativo di costituire un'elite ristretta di eletti soggetti a quell'atavica vanità per cui 'il problema è quello di immaginarsi degli esseri che cercano di destare una buona opinione di sé,quale essi stessi non hanno-e dunque neppure 'meritano'-per credere poi essi stessi a questa buona opinione' e rincarando la dose:'C'è lo 'schiavo' nel sangue del vanitoso,un residuo dell'astuzia dello schiavo' Friedrich Nietzsche Al di là del bene e del male af. 261.Comunque ti rispondo:
1)La volontà di potenza 'debole' è soggetta al ressentiment perché vuole più potenza ma non vi riesce.Per ottenere il suo scopo si inventa la morale al fine di indebolire o per approfittare di un momentaneo cedimento dei 'forti' in modo da sottrarre loro potere e infine imporsi,dominare.La quantità di potenza rappresentata dall'insieme(visto che ti piace la matematica)delle innumerevoli volontà di potenza che la costituiscono e che coincidono con l'universo non aumenta né diminuisce:vi è solo un passaggio da un punto all'altro.Chiaro?
2)Da ciò consegue che nell'universo così come è pensato da Nietzsche ('E sapete voi che cosa è per me 'il mondo'?Devo mostrarvelo nel mio specchio?Questo mondo è un mostro di forza,senza principio,senza fine,una quantità di energia fissa e bronzea,che non diventa né più grande né più piccola,che non si consuma,ma solo si trasforma,che nella sua totalità è una grandezza invariabile,un'economia senza profitti né perdite,ma anche senza incremento,senza entrate,circondata dal 'nulla' come dal suo limite...ecc. [1067 La volontà di potenza]' non è lontanamente immaginabile qualsivoglia forma di trascendenza.
3)La sostanza di Spinoza implica un ordine che alla volontà di potenza manca totalmente.Se vi è forma ciò dipende dalla forza bruta plasmatrice e non da una sostanza.
4)Non si 'diviene' egoisti: l'egoismo è la base di ogni individualità esistente e 'superare sé stessi' è la forma particolare che l'egoismo assume quando si ingloba più potenza,come quando ad. es. la ragione (una forma evoluta della vdp) apprende una conoscenza e ciò le procura piacere (amore della verità chiamate la vostra sete di sapere?no.essa è volontà di potenza!) o come quando il serpente cambia pelle.E' vero,in Nietzsche è presente una concezione della molteplicità degli 'io' e qui si avvicina molto al principio buddhista dell'assenza dell'atman: ma mentre nel buddhismo madhyamika tramite la meditazione si perviene alla percezione del vuoto,inteso come concetto 'negativo' indescrivibile con gli strumenti della ragione discorsiva-esattamente come il concetto di dio in Meister Eckhart-che si configura quindi come un vuoto-pieno e che diviene nuovo punto di riferimento per quanto privo di individuazione,Nietzsche si avventura su questa strada utilizzando solo la logica con i risultati catastrofici che ben conosciamo dovuti,secondo me,sia ad una situazione di salute precaria,sia alla pressione teoretica a cui si è sottoposto.
Quindi originariamente non vi sono vari 'sé' ma uno solo cangiante man mano che si arricchisce di potenza.
5)Non ritengo Martin Heidegger banale,anzi...è l'unico che stimo tra quelli che hai citato!Solo che mi sembra si occupi di Nietzsche solo per liquidarlo e poter comodamente ripristinare una teologia solo apparentemente atea,dal momento che configura una distinzione tra essente e apparenza che sottilmente reintroduce la questione del mondo 'vero' contrapposto a quello reale al fine di calunniare quest'ultimo.Ebbene se prima di Nietzsche si poteva transigere,dopo di lui no:qui opera una precisa consapevole volontà di negare la vita (ascoltano coloro che predicano la morte e predicano loro stessi i mondi fuori dal mondo,[Za Di coloro che abitano fuori dal mondo].
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Sgubonius
messagio May 30 2010, 02:36 AM
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Non era mia intenzione usare paroloni, sono ormai deformato e fatico a farne senza. Comunque credo che il discorso sia chiaro nella sua essenza lo stesso.

1) Non hai centrato del tutto il problema: se la volontà di potenza fosse unica, non ne esisterebbe una debole e una forte. E la volontà di potenza non è mai declinata al plurale in Nietzsche, anche se deve essere prospettica. Se la quantità "totale" rimane invariata, e siamo d'accordo che l'eterno ritorno richiede questo, significa che la potenza è sempre presa a spese d'altri. Ma dove emerge allora la distinzione fra il passaggio di potenza legittimo e quello del risentito (perché entrambi sono "furti" se il totale è invariato)? Da come la metti tu, sembrerebbe che il forte ne ha diritto, mentre il debole lo deruba, ma questo presupporrebbe proprio un diritto costituito differente/anteriore/superiore a quello della volontà di potenza immanente che ammette il risentimento, cioè una qualche trascendenza (punto 2).

3) sono d'accordo, Spinoza è più rigido, ma comunque è quanto di più vicino ci sia.

4) questo problema degli "io" per me è fondamentale, proprio in connessione col punto 1 (e col 2). L'immanentismo non ammette facilmente l'io, sicuramente non degli io preesistenti. L'io, seguendo strettamente la logica dell'immanenza, dovrebbe venire fuori a posteriori, e questo Nietzsche lo sapeva e lo ha detto (non più "io penso", ma "esso pensa" si dice nell'aldilà del bene e del male). A questo punto non è problematica la moltiplicazione degli io, né il rapporto col nulla eckhartiano (che c'entra molto di striscio però qui, magari parleremo anche di questo se riusciamo a sbrogliarci). L'egoismo sarebbe però egoismo dell'es, della VdP, e sarebbe unico/immanente, e difficilmente si potrebbe pensare che siano proprio gli io a posteriori a lottiare fra loro per la potenza, quando ne sono un prodotto e uno strumento, per quanto necessario.

5) sono d'accordo anche su questo: Heidegger è interessante finché non tenta di assimilare Nietzsche alla metafisica con una palese cattiva fede.


Insomma provo a richiudere la questione in una colonna portante:
Pensare la volontà di potenza immanente, e contemporaneamente il risentimento, è possibile solo a condizione di indicare l'insorgere di un campo di trascendenza (cioè di un soggetto/io a posteriori) che si arroga un diritto che non ha immanentemente, e non viceversa (cioè si arroga nella lotta immanente un diritto che avrebbe per trascendenza). Non è una questione di parole, c'è una differenza penso interessante e importante. Non è la volontà di potenza (unica/immanente) che sbaglia o si indebolisce in qualche sua parte forte (?) mentre una sua parte debole (?) la spodesta ingiustamente (?). Ma è all'interno di un singolo egoismo universale che, a posteriori, in un campo di trascendenza, si crea il retromondo (che è necessario per il prospettivismo e quindi per la VdP stessa) che a sua volta può creare le paranoie del risentito quanto quelle del forte spodestato, che d'altronde diventerebbe subito un risentito se lamentasse il "furto"! C'è il rischio che Nietzsche ricada in una contro-morale del reazionario altrimenti.


Tutto il resto (Deleuze, Derrida in primis) scaturisce poi da questo problema: la necessità dei soggetti come referenti della potenza, e contemporaneamente la pericolosità della loro fuga dal piano di immanenza (sia nella nullificazione schopenhaueriana che nella totalizzazione hegeliana: le due forme pure di morale).


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Fulcanelli
messagio May 30 2010, 08:17 PM
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CITAZIONE(Sgubonius @ May 30 2010, 03:36 AM) *
Non era mia intenzione usare paroloni, sono ormai deformato e fatico a farne senza. Comunque credo che il discorso sia chiaro nella sua essenza lo stesso.

1) Non hai centrato del tutto il problema: se la volontà di potenza fosse unica, non ne esisterebbe una debole e una forte. E la volontà di potenza non è mai declinata al plurale in Nietzsche, anche se deve essere prospettica. Se la quantità "totale" rimane invariata, e siamo d'accordo che l'eterno ritorno richiede questo, significa che la potenza è sempre presa a spese d'altri. Ma dove emerge allora la distinzione fra il passaggio di potenza legittimo e quello del risentito (perché entrambi sono "furti" se il totale è invariato)? Da come la metti tu, sembrerebbe che il forte ne ha diritto, mentre il debole lo deruba, ma questo presupporrebbe proprio un diritto costituito differente/anteriore/superiore a quello della volontà di potenza immanente che ammette il risentimento, cioè una qualche trascendenza (punto 2).

3) sono d'accordo, Spinoza è più rigido, ma comunque è quanto di più vicino ci sia.

4) questo problema degli "io" per me è fondamentale, proprio in connessione col punto 1 (e col 2). L'immanentismo non ammette facilmente l'io, sicuramente non degli io preesistenti. L'io, seguendo strettamente la logica dell'immanenza, dovrebbe venire fuori a posteriori, e questo Nietzsche lo sapeva e lo ha detto (non più "io penso", ma "esso pensa" si dice nell'aldilà del bene e del male). A questo punto non è problematica la moltiplicazione degli io, né il rapporto col nulla eckhartiano (che c'entra molto di striscio però qui, magari parleremo anche di questo se riusciamo a sbrogliarci). L'egoismo sarebbe però egoismo dell'es, della VdP, e sarebbe unico/immanente, e difficilmente si potrebbe pensare che siano proprio gli io a posteriori a lottiare fra loro per la potenza, quando ne sono un prodotto e uno strumento, per quanto necessario.

5) sono d'accordo anche su questo: Heidegger è interessante finché non tenta di assimilare Nietzsche alla metafisica con una palese cattiva fede.
Insomma provo a richiudere la questione in una colonna portante:
Pensare la volontà di potenza immanente, e contemporaneamente il risentimento, è possibile solo a condizione di indicare l'insorgere di un campo di trascendenza (cioè di un soggetto/io a posteriori) che si arroga un diritto che non ha immanentemente, e non viceversa (cioè si arroga nella lotta immanente un diritto che avrebbe per trascendenza). Non è una questione di parole, c'è una differenza penso interessante e importante. Non è la volontà di potenza (unica/immanente) che sbaglia o si indebolisce in qualche sua parte forte (?) mentre una sua parte debole (?) la spodesta ingiustamente (?). Ma è all'interno di un singolo egoismo universale che, a posteriori, in un campo di trascendenza, si crea il retromondo (che è necessario per il prospettivismo e quindi per la VdP stessa) che a sua volta può creare le paranoie del risentito quanto quelle del forte spodestato, che d'altronde diventerebbe subito un risentito se lamentasse il "furto"! C'è il rischio che Nietzsche ricada in una contro-morale del reazionario altrimenti.
Tutto il resto (Deleuze, Derrida in primis) scaturisce poi da questo problema: la necessità dei soggetti come referenti della potenza, e contemporaneamente la pericolosità della loro fuga dal piano di immanenza (sia nella nullificazione schopenhaueriana che nella totalizzazione hegeliana: le due forme pure di morale).

Caro Sgub,apprezzo immensamente il tuo autentico interesse alla ricerca del vero o verosimile:anche Platone credo non mirasse affatto ad una verità fissa e definitiva,il che lo scagiona,insieme al suo Maestro,da alcune accuse che Fritz gli muove.D'altronde qual è il piacere proprio al filosofo se non quello di ricercare e,di tanto in tanto,trovare qualche cosa?E cosa c'è di meglio che coltivare la vera amicizia,come Epicuro nel suo Giardino,basata sulla ricerca comune di quale sia il miglior modo di vivere,scoprendo che la tensione verso il sapere ne è parte costitutiva e non una parentesi in vista di altro?!Comprendo benissimo anche lo scetticismo e l'ironia che il mio interesse per l'Alchimia possa suscitare,visto che questo tipo di discipline sono da sempre,a causa della loro oscurità,state oggetto di interpretazioni mistificatorie.Basti a fugare questi sospetti il fatto che lo stesso Newton,per fare uno dei nomi più eccellenti e scevri dal minimo e più lontano accostamento a ciò che oggi viene con disprezzo definita 'pseudoscienza',trae le sue energie migliori e le scoperte che hanno fondato la Fisica classica non dalla matematica o da una concezione quantitativa del reale, bensì proprio dall'Alchimia,che costituiva il suo interesse preponderante e di cui i suoi scritti attinenti questo argomento(ce n'è un baule pieno!)non sono mai stati pubblicati (vedi Michael White:'Newton,l'ultimo mago').Ma veniamo al punto,che è ciò che ci interessa maggiormente ora.Io ritengo che le problematiche sollevate da Nietzsche,e principalmente quella riguardante la critica della morale,siano di fondamentale e vitale importanza,sia per l'individuo,sia per la civiltà umana.Posto ciò,constato che dopo di lui nessuno ha riconosciuto il giusto valore a queste problematiche e all'influenza che la mancata comprensione di esse genera all'interno della cultura e dell'assetto socio-economico,oltre che nella sfera psichica individuale,riconoscimento inteso ad una auspicabile soluzione dei temi inerenti a quelle problematiche e perciò a un ritorno di leadership delle materie filosofiche concepite come nuovo fondamento non solo,come si fa oggi(anche se nel senso meramente epistemologico),delle scienze,ma di tutto il sapere,sia nella forma di reinterpretazione ermeneutico-filologica del pensiero passato,orientale e occidentale, che di quella relativa al senso dell'uomo e dell'universo in cui vive oltre che,ovviamente,della vita e dei compiti che essa pone al 'soggetto interrogantesi' che è l'uomo.Il grande torto dei filosofi post-nietzschiani è quello di 'aver fatto finta di niente',di badare più alla loro fama o alla carriera o alla propria vanità,o per altro verso di averlo considerato come un 'geniale fenomeno da baraccone' comunque scomodo e da esorcizzare,o ancora l'antesignano di proprie teorie a condizione però di storpiarne il pensiero,piuttosto che raccoglierne il messaggio trepidante e accorato,fare proprie le mirabili intuizioni,cogliere la sibillina profezia per mettersi onestamente alla ricerca di soluzioni plausibili a quelle giuste domande.Se vuoi una prova concreta di quello che dico basta guardarsi attorno:chi,ancor oggi, ha voce in capitolo per tutte le grandi questioni della morale se non la Chiesa?Cosa è considerato ancora 'spirituale','elevato', 'buono' se non ciò che calunnia la vita?A quali valori,a quali principii si ispirano ipocritamente i potenti per fare i loro comodi corrompendo il sano egoismo dei popoli se non all'altruismo generalizzato,e quindi falso,alla bontà da istrioni,corrompendo così tutta la società?Chi oggi corrompe ancora e ancora l'eros insudiciandolo con rapporti mostruosi intrattenuti con bambini,soffocando in essi la gioia di vivere 'operativamente' e non solo a parole con la loro perversa 'volontà di morte'...non sono sempre loro?i portatori di morte,i calunniatori della vita,gli stupratori di dio?!!!E in verità è una innaturale conseguenza della loro fede innaturale!!E cos'hanno fatto i filosofi post-nietzschiani?si sono preoccupati minimamente dell'annuncio che è stato loro rivolto?no,no...hanno continuato a fare le anime belle,a crogiolarsi e pascersi del loro 'sapere teoretico' esattamente come la folla che ascolta Zarathustra al mercato:'eccoli che ridono,non mi capiscono,io non sono la bocca per queste orecchie.Hanno qualcosa di cui vanno orgogliosi.Come chiamano ciò che li rende orgogliosi?Lo chiamano 'cultura' e ciò li distingue dai pastori di capre.Ecco perché non amano sentirsi dire la parola 'disprezzo' e ancora:'Io amo colui che ama la sua virtù,la virtù infatti è volontà di tramontare e una freccia del desiderio.'Nietzsche si rese conto che il compito era troppo vasto per una sola testa,che i tempi non erano maturi e quindi difficilmente avrebbe trovato qualcuno con cui collaborare a questo progetto che per le sue caratteristiche peculiari richiedeva non discepoli,ma individui critici,'spiriti liberati',ma in sintonia tra loro per creare un nuovo Rinascimento.Oggi io mi chiedo: non è Nietzsche l'ultimo filosofo,poiché è l'ultimo ad aver posto al centro della sua meditazione tutti i problemi essenziali riguardanti la vita,il senso della vita,il nichilismo e il suo superamento,la speranza in un'umanità rinnovata?Non ci attende forse un compito,che inizia con la critica impietosa del suo pensiero,così come egli ha insegnato,ma per valorizzarne e farne emergere gli intenti più profondi e finisce con la prassi riformatrice di una Grande Politica?Non sono forse maturi i tempi,non vedete come oggi barcolli tutto il pianeta terra?Non vedete che non ci sono più orizzonti,che con un colpo di spugna sono stati cancellati?Non sentite il fetore del cadavere di dio in ogni angolo recondito e in voi stessi?Non vedete come la terra sia divenuta piccola(davvero!) e come l'ultimo uomo vi saltelli sopra dicendo,immodestamente e immeritatamente'Io,io sono il senso di tutte le cose!'?Non è tempo di scrivere le tavole di nuovi valori e su queste fondare una nuova civiltà liberata?Non siete forse stanchi di interrogarvi in maniera sterile,come Pirrone,e alla fine dire:'Mah,sarà così o forse no...chi lo sa?!Sospendiamo il giudizio!'?Non dobbiamo essere noi immoralisti a superare la vecchia morale per fondarne una nuova,più libera,naturale,che sia il senso della terra,che restituisca senso alla vita,che rappresenti un baluardo contro la decadence e ripristini in modo consapevole,e cioè interpretandone tutti i risvolti e le implicazioni culturali e psicologici - si,perché il mito greco e antico in genere non è altro che una conoscenza profonda e metaforica della psiche umana e delle sue relazioni col mondo - ripristini dicevo i miti di Apollo e Dioniso,con le loro feste,le loro iniziazioni quali mezzi catartici di liberazione,non per adorare ancora dei,ma per gioco e ironia contrapposta al monotono-teismo?Follia? Bah, forse...e che importa a noi della saggezza? E poi non è forse la saggezza di chi dona e trabocca d'amore ed è gioioso una specie di follia?Non dovremmo essere...dinamite? Va bene ok la faccio finita...siamo seri,per favore,ora basta! No,no,hai ragione,Sgub,ma a volte capita che mi lasci trascinare,trasportare dalla fantasia,dall'immaginazione.Spero non ti sia annoiato tu o chi sta leggendo:questo sarebbe davvero imperdonabile.Dunque,vorrei rispondere ai tuoi dubbi:

Punto 1:purtroppo non trovo i vari riferimenti - è come cercare un ago in un pagliaio - ma ti garantisco che per volontà di potenza si intende quella singola di ogni individualità e che combatte con le altre volontà di potenza per espandersi:non vi è 'legittimità' o 'diritto' in questo,ma solo lotta per la sopraffazione.Il ressentiment si ha nel momento in cui la vdp debole e incapace di acquisire forza al fine di acquisire comunque potere assolutizza le proprie condizioni di esistenza estendendole anche al forte,ma questo avviene ai livelli in cui la vdp si è evoluta come facoltà raziocinante,ma come?Creando la morale che tutela i deboli,la morale del gregge.In ciò,appunto,consiste l'immoralità della morale.Però io ho in cantiere una critica generale del concetto di volontà di potenza e delle sue dinamiche e implicazioni che avremo modo di discutere nel forum con te e spero altri che siano interessati, perché questo principio così come è stato elaborato sembra giustificare più l'assenza di morale tout-court piuttosto che orientare verso un'etica naturalistica come poteva essere quella dei tempi di Pericle a cui Nietzsche sembra ispirarsi quando parla della morale dei forti.Perché una regolamentazione razionale degli affetti e del comportamento è indispensabile per l'uomo civilizzato se non si vuole che regredisca allo stato di bruto.Comunque ti do un assaggio: nell'esempio che viene portato da N. stesso per spiegare la vdp al livello degli organismi monocellulari egli dice testualmente che l'ameba estende i suoi pseudopodi non perché ha fame bensì perché vuole più potenza:a tal proposito penso che la mia critica sia più che pertinente,non solo,ma che ai livelli di organismi più evoluti e dell'uomo risulti molto più appropriata; ed è questa: l'ameba non cerca più potenza bensì cerca di ristabilire un suo equilibrio che è proprio alla sua 'forma',al suo 'ordine' interno,per cui non vuole essere diversa da ciò che è,né vuole conservarsi così com'è(contro il principio di autoconservazione),ma vuole procedere verso se stessa in una sorta di autoperfezionamento che viene percepito come piacere.Quello che N.chiama 'potenza' è una conseguenza di questo processo che si colloca alla fine del processo stesso e cioè quando l'ameba ha acquisito nuova materia di cui nutrirsi e con la quale favorire il proprio sviluppo organico,per vivere insomma,e coincide col piacere.Ma all'inizio del processo la vdp rappresenterebbe una carenza dell'organismo una sensazione di impotenza un qualcosa che ha connotati negativi e non positivi.L'ameba vuole mantenere il proprio ordine in divenire,in trasformazione,catastematico,per dirla con Epicuro,per essere sempre più ameba e in questo prova piacere.A parte il senso negativo in cui si configura la vdp,come ho detto sopra,se questo microorganismo fosse sospinto,per così dire, da una vdp dovrebbe poter diventare sempre più grande o qualcosa che non è un'ameba,cosa che in natura,nostra madre comune,non avviene.Qui viene ristabilito anche il significato e la funzione che ha la 'forma' nella costituzione degli esseri viventi e cioè l'apollineo che ristabilisce l'equilibrio con l'istintivo,l'energia pura del dionisiaco.Allora che ne pensi?Non è questo che ti faccio un bel regalo dal valore inestimabile?Non penso sia falsa immodestia definirlo tale,se mi comprendi.
Punto 4:Credo di averti chiarito sopra anche questo punto.
Ci si sente allora,ciao.
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Sgubonius
messagio May 31 2010, 03:59 PM
Messaggio #13


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La punteggiaturaaaa!!! laugh.gif

Resto sulla parte di discussione, perché per il resto penso che si sia d'accordo, grosso modo, per cui non c'è molto da aggiungere.

CITAZIONE(Fulcanelli @ May 30 2010, 09:17 PM) *
ma questo avviene ai livelli in cui la vdp si è evoluta come facoltà raziocinante


Qui arrivi dove voglio arrivare io. Esiste un salto, di qualunque genere esso sia, quando si arriva alla capacità di creare i "retromondi", cioè la morale. Mi spiego meglio: se una pianta carnivora attrae l'insetto con una colorazione "ingannevole" e se lo mangia, non è certo morale, mentre se un debole convince un forte che deve rinunciare a qualcosa ad majorem dei gloria è morale. Non è una forza anche l'astuzia di fregare il presunto forte? Dove sta la differenza? Soprattutto nell'immanentismo, che avvallerei pienamente, questo diventa un problema, perché una differenza "di natura" fra il raggiro morale e quello di sopravvivenza non si dovrebbe dare. C'è in altre parole un grado di "ripiegamento" della "sostanza" unica detta VdP che genera il campo trascendentale in cui la morale può agire. Ma questo non influisce davvero sulla sostanza immanente, qui verrebbe in aiuto Spinoza, ma solo sui riflessi "trascendentali" di essa (in Nietzsche il piacere e il dolore: effetti individuali della VdP che si esprime in ciascuno), ed è in questo ambito che un certo Amor Fati, o un certo Amor Dei Intellectualis, possono agire contro la morale verso l'aldilà del bene e del male (cioè verso il piano di immanenza). Essere forti in Nietzsche è soprattutto essere attivi e non reattivi, cioè sostenere senza rimorsi morali i casi dell'esistenza.
Contemporaneamente però, dicevo, non si può pensare che il velo trascendentale di "soggetti" sia un sovrappiù superfluo (come non è superfluo che sia difficile trovare citazioni che limitano la volontà di potenza al desiderio individuale), esso è parte integrante e necessario dell'espressione della volontà di potenza che è prospettica in natura ed esiste quindi come piacere e anche dolore: sensazioni di potenza. Quindi tutta l'etica nietzschiana è una fune tesa "fra la scimmia e il superuomo", una coscienza stirata all'infinito sul mondo fino a diventare pura membrana di risonanza.

In poche parole: è solo in nome di una VdP unica che si può lamentare "l'inganno morale", altrimenti se ogni singolo ha una VdP come dare torto a quello che alla fine vince, anche se ha usato l'inganno morale? La VdP unica (che è quello stiramento di sopra) permette contemporaneamente di dare un parametro di "forza" universale e comparativo, senza però essere usciti dall'immanenza ove i valori devono risultare dal processo. Lo vediamo partendo da questa tua frase e dall'opposizione fra morale ed etica:

CITAZIONE(Fulcanelli @ May 30 2010, 09:17 PM) *
questo principio così come è stato elaborato sembra giustificare più l'assenza di morale tout-court piuttosto che orientare verso un'etica naturalistica


L'assenza di morale e di etica (servirà distinguere le due cose) è la pura reazione bruta e magmatica nella VdP immanente. L'etica emerge allo stesso "livello" della morale, il livello della libertà, cioè quello trascendentale (in kant è tutto un problema di libertà, e Deleuze vede Nietzsche come un continuatore estremista delle "critiche" kantiane). L'etica si distingue dalla morale nell'essere però una libertà come dicevo prima tesa e stirata all'infinito sul tutto, per cui diventa solo la libertà di seguire la necessità con "gradi di libertà" (mi diletto di proseguire coi concetti matematici!) ridotti alla risonanza armonica. L'apollineo è questa risonanza che emerge alla superficie del magma dionisiaco, ma non è più "forma" come nella Nascita della Tragedia, il problema non è più solo estetico, ma è estetico-etico-ontologico-gnoseologico insieme (nell'immanenza vige il tuttuno). L'etica diventa quasi l'essere buoni strumenti musicali per un esecutore Altro (l'esso che pensa).


CITAZIONE(Fulcanelli @ May 30 2010, 09:17 PM) *
Ma all'inizio del processo la vdp rappresenterebbe una carenza dell'organismo una sensazione di impotenza un qualcosa che ha connotati negativi e non positivi. Qui viene ristabilito anche il significato e la funzione che ha la 'forma' nella costituzione degli esseri viventi e cioè l'apollineo che ristabilisce l'equilibrio con l'istintivo,l'energia pura del dionisiaco.Allora che ne pensi?Non è questo che ti faccio un bel regalo dal valore inestimabile?Non penso sia falsa immodestia definirlo tale,se mi comprendi


Su questo punto c'è da correggere: non c'è forma, non c'è finalismo a priori. A priori c'è il magma caotico. La forma viene dopo, e solo come ricaduta morale/etica, cioè come astrazione trascendentale del soggetto. L'ameba non manca di nulla, il mancare è una questione psicologica e l'ameba non ha psiche. L'ameba non è niente più che un sasso lanciato come direbbe Spinoza, solo con forze più complesse dentro e fuori di sé. Non c'è apollineo nell'ameba, l'apollineo è in noi che osservandola cerchiamo di farla quadrare in canoni estetici (e morali) per nostro piacere (ci piace vedere il mondo pulito e ordinato). Ma il vero apollineo (che non ha nemmeno più questo nome, ma ha il nome di eterno ritorno) nell'ultimo nietzsche è guardare la realtà com'è nel suo non-senso dionisiaco, velandola creativamente come la sposa sancita dall'anello dell'accettazione. Noi e l'ameba di per sé e a priori non manchiamo di nulla, il mancare è trascendente e morale (la necessità della forma che ne rimarca l'assenza nel dionisiaco), l'etica è invece la libertà della forma, la creazione della forma libera, a posteriori, artistica, che fa della mancanza un connotato essenziale (eternamente tornate) del velamento-svelamento dell'essere.

In altre poche parole: l'uomo non è la scimmia (la natura dionisiaca bruta, il rapporto fra forze, istinto puro) perché ha raggiunto gradi di potenza superiori attraverso strumenti di cui si serve (il linguaggio, la ragione, la libertà). Questi però sono armi a doppio taglio, nella misura in cui generano la morale, che porta al depotenziamento della nullificazione nichilistica. Sfruttare questi strumenti, superando l'uomo verso il superuomo, è l'etica nietzschiana che si oppone alla morale. Giusto per completezza introduco qui il discorso di Derrida sulla tecnica, parzialmente contro Heidegger: non è mai la nostalgia per uno stato di natura rousseauiano, genuino e puro, a risolvere i problemi dell'umano, anzi queste ossessioni sono proprie della morale e dell'umano, del bene e del male. L'oltreumano è invece qualcosa di ineffabile che si sottrae (per eccesso!) alla lingua, alla ragione e alla libertà umana, e che si rappresenta solo come "limite", come fune tesa, come massimo di coscienza in un minimo di indivualità, come massimo di elasticità in un minimo di reattività, come massimo di azione in un minimo di finalità, come massimo di libertà in un minimo di scelta, come massimo di circolazione in un minimo di spazio (eterno ritorno) ecc...


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Fulcanelli
messagio Jun 3 2010, 01:53 AM
Messaggio #14


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Sì,effettivamente stiamo giungendo al punto vivo della questione che,per me,è l'errore fondamentale della concezione nietzschiana,e cioè questa tautologia:'Se il mondo è un insieme di innumerevoli vdp,esso è un magma irrazionale di energie prive di ordine in cui ognuna interpreta tutto il resto in modo prospettico.Dunque ogni interpretazione è da considerarsi falsa proprio perché non vi è alcun ordine nelle cose'.Ma se tutte le concezioni sono false anche questa lo è (cioè che il mondo sia vdp),per cui questa verità diviene l'ultima affermazione possibile alla ragione,la quale dopo di ciò non può far altro che auto-negarsi.Se la vita avesse bisogno di falsità per affermarsi,di semplificazione,dell''imposizione' di un ordine che in realtà manca, allora l'interazione del soggetto con la realtà,la sua 'presa' sul reale,sarebbe illusoria e,quindi,inadeguata a favorire opportunamente lo sviluppo della vita di quel medesimo soggetto.N. parte dal presupposto che più verità si sopporta,più si è forti.Il limite massimo di tale procedere verso la verità è il riconoscimento dell'assenza di qualsiasi ordine o 'forma' effettivamente esistente nel reale e cioè l'affermazione di quella 'verità' che è la meno consolatoria di tutte e che nel suo porsi si auto-nega:cioè che il tutto consiste di un insieme di vdp.Se però da un lato a livello psichico una asserzione o una concezione può favorire o meno (essere più o meno consolatoria) la vita di un soggetto in base alla sua intrinseca 'forza',dall'altro,a livello pratico, se non vi è una effettiva corrispondenza tra l'elaborazione razionale e la realtà,l'interazione con essa risulterà fallimentare e,quindi, inadeguata a consentire un'azione tale da favorire lo sviluppo del soggetto.Ad es.:se non vi fosse alcun ordine nelle cose,e anzi non vi fossero neanche cose,ed io volessi curare una patologia in un malato,tutta la biochimica,la conoscenza del metabolismo cellulare,dei batteri,dei virus ecc.sarebbero illusori e,quindi,falsi per cui ogni mio intervento sarebbe inadeguato e il malato morrebbe.Ma se,com'è effettivamente,io ammetto l'esistenza di quell'ordine che conosco tramite la scienza e intervengo opportunamente,riesco a curare il malato.Cosa significa questo?Che non è affatto vero che la vita ha bisogno di menzogna per affermarsi,ma,al contrario,di verità.Più conosco ciò che corrisponde al vero più posso interagire in modo vantaggioso per me stesso e per gli altri.Quindi è la verità a favorire la vita e non il contrario!N. giudicava decadente la morale cristiana perché questa ha sempre negato la scienza,lo 'spirito' nell'unico senso ammissibile,la ragione.Perché ora la nega lui stesso?Perché per transvalutare i valori deve negare un ordinamento immanente nel reale?Non bastava ammettere un'etica naturalistica contrapposta a quella ascetico-cristiana,che quindi approvasse le pulsioni,i desideri,il corpo anziché restituire valore agli aspetti brutali del carattere umano?Il superuomo non è un Goethe,un Mozart o un Michelangelo,ma un Cesare Borgia,uno Stalin,un Milosevic!L'etica pagana dei tempi di Pericle,che N.pone a suo proprio riferimento,aveva questi ultimi modelli come ideale? Oppure anche tra quei nobili vigeva il senso della giustizia,il concetto di 'buono' nella sua accezione comune e non in quella che N. nella Genealogia fa derivare da 'duonus' al fine di dimostrare come i valori siano collegati ad uno status sociale,e quindi imposti arbitrariamente anziché provenire dai sentimenti e dalla ragione, indipendentemente dalla appartenenza ad una classe sociale?Ammesso che la morale cristiana sia dannosa,non è vero che l'uomo non potrebbe essere tale senza una regolamentazione razionale degli istinti,cioè senza etica?Vuole ridurre a tutti i costi il valore della ragione,capovolge la consequenzialità logica delle cose (ad es.:'non si è felici perché si segue un'etica - qualsiasi etica - ma si è felici,dunque si agisce bene' o ancora 'si è istintivamente persone perbene,per istinto,non perché si è in grado di regolamentare la propria vita,di rendere armonici i propri sentimenti,istinti e azioni tramite la comprensione della natura,con la ragione.'Per quanto riguarda il 'debole' mi sembra ci sia molto da dire e da chiarire:innanzitutto il debole è sempre tale anche quando domina,poiché tale dominio lo ottiene grazie alla forza derivante dal numero di gran lunga superiore ai forti,cioè il debole è tale in quanto singolo,ma non quando si unisce in società e costituisce la società regolamentata dalla 'morale del gregge'.N.sembra stigmatizzi una volta per sempre il 'debole' definendolo come colui che nasce in una determinata condizione sociale e quindi è condannato al risentimento e,sia il suo subire covando livore,sia il suo rivoltarsi,è considerato con disprezzo(sappiamo cosa pensava della rivoluzione francese).Poi non si capisce per quale motivo il forte,il benriuscito debba corrispondere all'aristocratico visto che le più grandi menti dell'umanità, comprese quelle che lui stesso considera dei superuomini attraversano trasversalmente tutte le classi sociali.E' vero poi che una società basata sulla tirannia favorisce maggiormente lo sviluppo di uomini superiori?O invece bisogna determinare condizioni tali da consentire che le qualità di ognuno emergano,se ci sono?Cioè favorire una società la più democratica possibile,anzi oserei dire anarchica?L'etica non è come dici tu un retromondo,ma è la gestione delle condizioni di vita.Se le mie condizioni di vita sono buone,in base alle mie facoltà e capacità (etica) io sarò felice,se non lo sono anche se io fossi un genio o un aristocratico perirei come un cane.'Risentimento' è il nome dispregiativo per ciò che l'uomo schiavizzato,schiacciato dalla forza bruta di altri uomini reclama in nome di un elementare principio di non danneggiamento reciproco fondato sulla considerazione della pari dignità in cui la natura pone ogni essere vivente mettendolo al mondo e che trova il suo fondamento nella ragione e nel sentimento umani.Quando i primi forti hanno ucciso,violentato,umiliato i primi deboli non l'hanno forse fatto per una carenza,per ottenere qualcosa che gli mancava?Per come la vedo io se fossero stati davvero forti non avrebbero dovuto aver bisogno di nulla e non credo all'argomentazione che vuole che ogni forza debba necessariamente liberarsi,perché anche in questo caso si può controbattere dicendo che la forza può essere controllata,nel senso che è una caratteristica dell'esser forti dominare se stessi,o che può essere indirizzata a favore degli altri oltre che di se stessi!Il problema non è quindi 'come è possible che N. non consideri anche la morale del risentimento come legittima (poichè tutto è permesso)' rispondendo con motivazioni iperboliche,bensì 'perché si ostini a far coicidere 'buono' con 'nobile','aristocratico','forte' e 'cattivo'con'volgare','feccia','popolo','schiavo', 'debole'.Ho trovato due risposte e te le cito:1)Lettera di Erwin Rohde a Overbeck,a proposito di Al di là del bene e del male:"Sa che cosa temo per gli anni di Nietzsche che verranno?finirà per strisciare davanti alla croce,per nausea di tutto e per la sua venerazione per tutto quanto è 'distinto',che ha sempre avuto in corpo,ma che ora ha trovato una esaltazione veramente sgradevole."2)La volontà di potenza af. 329:"Ho forse danneggiato la virtù?Non più che gli anarchici abbiano recato danni ai prìncipi:proprio da quando vengono presi a fucilate siedono di nuovo più saldi sui loro troni...Perché è sempre stato così,e così sempre sarà:non c'è miglior modo di giovare a una causa che quello di perseguitarla e darle la caccia con tutti i cani...Questo ho fatto."E ora,come la mettiamo?Il prendere posizione a favore degli 'aristocratici',dei 'forti' non ha basi razionali è,come diceva Erwin Rohde,che conosceva bene N.,'una venerazione per tutto quanto è 'distinto' che ha sempre avuto in corpo'cioè una fissazione! E che dire del secondo argomento?Forse forse che ha attaccato la morale cristiana per rafforzarla?Beh se fosse così si capirebbe cosa si deve intendere per superuomo, riportando la mente a delle sue affermazioni,non ricordo dove,in cui si diceva che bisogna superare la morale cristiana in una morale più raffinata,una supermorale ottenuta grazie a duemila anni di cristianesimo.Allora cosa succede dalla Genealogia in poi?Si getta fumo negli occhi?La mia saggezza vi accecherà!L'etica dei forti è quella nazista e fascista,non quella degli aristocratici greci,che pure era biasimevole:l'eutanasia dei 'deboli' l'hanno messa in pratica e qui il razzismo non c'entrava niente,perché i'deboli' erano anche tedeschi ariani. Himmler si faceva vanto della sua etica aristocratica quando si impegnava a divenire 'duro' per superare la pietà suscitatagli dall'immane compito postogli dal problema della 'soluzione finale'.Ci sono due Nietzsche?Era una doppiezza voluta?strategica?al fine di non offrire perle ai porci?Una specie di esoterismo ed essoterismo?O una dualità psicotica già segno indelebile e mortificante della malattia? O anche tutte e due queste cose,perché l'una non esclude l'altra?
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Sgubonius
messagio Jun 3 2010, 05:58 PM
Messaggio #15


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Lo statuto della verità nelle filosofie moderne è una cosa molto curiosa e interessante, certo non sono più pensabili a partire dagli schemi logici tradizionali. Il vero heideggeriano come svelamento è un esempio, e penso che la VdP come realtà, verità, "wirklichkeit" (ci sarebbe da fare una divagazione su questa parolina), sia da intendersi certo in senso molto più vicino a quello heideggeriano che alla actualitas o adaequatio scolastica.

Vieni comunque giustamente al dunque: wirklichkeit (già che ci siamo parliamone) viene da Wirk (inglese: work), cioè l'agire, il produrre, il lavorare. La wirklichkeit è ciò che agisce/produce/lavora, l'effettività si direbbe in italiano. Qui c'è molto di Hegel (è vero solo ciò che compie un processo, tramite il negativo del lavoro). Tradotto e rigirata la frittata in Nietzsche: è vero ciò che vuole la potenza, ciò che è quindi prospettico. Esiste una verità del prospettico, e mai una prospettiva sulla realtà. Quindi c'è una effettualità del desiderio, una sua realtà, esiste una tecnica efficace per "agire" qualora si prenda come correlativo dell'azione l'azione stessa (il "nostro" volere la potenza, avevo già parlato di come la VdP sia circolare quando tesa verso l'eterno ritorno). Proseguo con gli esempi matematici: esiste effettualità della derivata ma non della primitiva, conta solo quella, conta solo il differenziale (ecco perché in Francia si fa un gran parlare di Differenza). Ovvero come dicevi tu: "è il vero che conta PER la vita", c'è una verità del PER la vita, è vero che la morale è nociva PER la vita per esempio. Ci sarebbe un passaggio dalla actualitas alla potentia, alla dunamis. E' un "vero" circolare, autoreferenziale, effettuale. Direi che funziona come le strutture e il linguaggio (proprio nell'ottica di una VdP come "struttura" e "linguaggio"). Ma anche qui per ora sospendo l'approfondimento che non si finirebbe più.

Per tornare al punto, quello che avviene dalla Genealogia in poi è il passare da un piano sociale, storico, antropologico direi anche, ad un piano puramente filosofico. Non è più un problema di come il cristianesimo, il wagnerismo o lo schopenhauerismo facciano bene o male alla vita, questo è scontato, ma di come la vita lo permetta. La vita cioè la VdP. Diventa necessario che questo meccanismo sia interno alla "logica" (al linguaggio) della VdP e ciononostante sembra contraddirla (diventa una volontà di debolezza e annullamento). Anche io penso che Nietzsche diventi molto discutibile quando si arriva a muovergli una critica del concetto di "forte", e infatti sono stato il primo ad inizio topic a sollevare il discorso. Ed ecco che entra in gioco l'eterno ritorno, che è fondamentale proprio per capire il "mondo come VdP", Heidegger ha mostrato molto bene come esso sia un "disporsi dell'ente" e non solo un appello buttato là. L'eterno ritorno (la circolarità del volere di sopra) è il modo (struttura) immanente di disporsi della volontà (di potenza) tale per cui l'emergere del retromondo (inevitabile perché come dicevo garantisce il prospettivismo e l'effettualità di qualunque volontà che sia, l'attualizzarsi di una potenza che sia) non parta per la tangente ma rimanga "fedele" al suo centro (il moto circolare funziona così: un moto rettilineo verso la tangente continuamente rettificato da una forza che tiene legato l'oggetto ad un perno di rotazione). Puoi pensare anche alla durata bergsoniana per farti un'idea: è necessario che ci sia un coglione qualunque che guardi lo zucchero sciogliersi, ma Nietzsche aggiunge: è necessario che quel coglione voglia che lo zucchero si sciolga. Se vuole altro comincia a lamentarsi di ciò che vede, comincia a forzarlo, cioè comincia la morale. L'etica, per usare sempre questa opposizione, invece agisce solo sulla volontà di volontà, cioè ritorna all'immanenza della volontà di potenza. L'effettualità quindi, così concludiamo, non è agire su quello che generalmente chiamiamo reale (lo zucchero e l'acqua), cambiarlo, perché il reale è volontà di volontà (o VdP è sinonimo), per cui agire sul reale è agire sulla propria volontà chiusa in circolo. Il debole non può che impedire al forte di "diventare ciò che è", cioè una volontà di volontà impersonale, un puro evento spettatore dello zucchero scioglientesi, costringendolo a volere qualcosa d'altro o il nulla, non circolarmente. L'arte è la circolarità del volere, la fissazione di un pezzo di casualità (un colpo di dadi direbbe Mallarmé).

Non esistono modelli storici e sociali (tipo la Grecia di Pericle) per questo superuomo, esistono forse i modelli dell'arte (Goethe, un mezzo spinoziano, mi pare sia uno dei pochi esempi che lui fa), dei modelli fuori dal tempo cronologico in quanto hanno reso il tempo circolare (Così volli che fosse, cioè l'Aiòn: il regno di un fanciullo, non di Milosevic!). Tutti i concetti della Genealogia della Morale (Aristocratico, Forte, Debole, Risentimento) andrebbero riletti su quello che chiamavo piano filosofico puro (che sarebbe poi il piano unico della VdP dove tutto si appiattisce in una immanenza pura). E' quello che ho cercato di fare introducendo il tema dell'eterno ritorno immanente come volontà di volontà e dell'emergere trascendentale della dicotomia etica-morale. Diciamo che Nietzsche ha affinato la mira. Praticamente si tratta (così ritorno al titolo del topic) di creare, di creare sempre nuovi valori, ovvero di volere sempre la volontà creativa stessa, circolarmente, secondo il modello della grande opera d'arte che si fissa senza essere statica (è e-statica), che plasma la volontà (unica vera realta effettuale come dicevamo) sul fato (allo svelarsi del "vero", cioè della Volontà stessa: di nuovo il circolo).

Esiste questa armonia, che ha molto di quella stoica, questo erede circolare dell'apollineo, che però è ora armonia e struttura (Ripetizione) della Differenza.


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Sgubonius
messagio Jun 3 2010, 06:25 PM
Messaggio #16


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Ah comunque, siccome magari non si capisce: sono sostanzialmente d'accordo con te, ma non vedo in cosa si debba correggere Nietzsche: ha già detto tutto lui, basta leggere con attenzione e cercare di lasciare un po' a margine le sue "fissazioni", che ci sono, ma che non inficiano la sostanza di fondo del suo pensiero.
Nietzsche è stato prima di tutto un pensatore, immenso, e in quanto tale aveva un ordine e una rigidità pari a quella di Hegel o Kant. E' proprio la rigidità che lo porta a certe ambiguità di forma e di linguaggio, stesso discorso per Heidegger.

Il "nemico" di Nietzsche è quasi sempre il nulla, soprattutto il nulla di volontà, però sempre di volontà si parla, per cui si parlerà sempre di una forma di etica o supermorale. E' necessario, è inevitabile come dicevo prima, per evitare il nulla. Si tratta a questo punto di piegare su se stessa la volontà, per evitare che si ripieghi sul nulla, abitare il nichilismo come processo, differendolo con la creazione continua (vedi anche certi discorsi di Heidegger e soprattutto Derrida), perchè questa dif-ferenza è la vita e l'essere, anziché professare un nuovo valore eterno che cammuffato da soluzione finale non fa che riaffermare la morte su scala planetaria (già da Hegel sappiamo che l'opposto non fa che corroborare il processo).


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Mauro
messagio Jun 8 2010, 07:14 AM
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[[font="Verdana"]size="4"]CAri Sgubonius e Fulcanelli, volevo innanzitutto ringraziarvi per le esaudienti teorie filosofiche da voi dibattute a seguito del mio forse ingenuo interogativo.
Me ne sono rimasto -parafrasando un noto proverbio africano- nascosto come una formicuzza nell'erba, per non venire calpestato da quei due magnifici elefanti filosofici che siete! I miei complimenti davvero, anche per il vostro sforzo di essere chiari e non arcani al medio pubblico-come me-.
Volevo ancora porvi -sulla scia di questi argomenti-un semplice e forse puerile interrogativo.
Alla luce di quanto avete detto ,è possibile sia per la singola persona come per una comunità APPLICARE gli insegnamenti di Fritz alle proprie vite, senza finire ancora con le croci uncinati al braccio o nei deserti impraticabili dell'isolamento nichilista? Ho descritto due eccessi che possono scaturire da un uso della filosofia di Nice scorretto e poco critico, come lui stesso ammoniva scrivendo di non fare della sua persona una statua, che sarebbe crollata a schiacciare i suoi stessi troppo fanatici ammiratori! E quante volte nella Storia recente è successo!
Spero vogliate ancora trovare la gentilezza e la passione per la conoscenza già sopra dimostrate per rispondere a questa innocente formicuzza sempliciotta, che ancora vi ringrazia ,perchè vi assicuro, le vostre parole hanno un'importanza nella mia vita concreta.
Pertanto, è possibile un movimento concreto POST-NICCIANO?
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Fulcanelli
messagio Jun 8 2010, 03:42 PM
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Caro Mauro,il tuo,a mio avviso,è l'atteggiamento più corretto,dal punto di vista filosofico,perché mentre io e,penso me lo conceda, Sgubonius sembriamo essere in possesso di chissà quale conoscenza arcana,tu sembri essere consapevole di ciò che è essenziale per ogni vera ricerca e cioè 'sapere di non sapere'.Daltronde è ciò che affermano,in maniera diversa,i due autori di quel bellissimo libro pubblicato nel 1959 dal titolo 'Il mattino dei maghi',Louis Pauwels e Jacques Bergier,parafrasando un adagio del filosofo medievale Abelardo:'Più amo più voglio conoscere,più conosco più amo,perché tutto ciò che è conosciuto è bene'.Ti rispondo:io penso che il nazismo sia derivato,almeno per l'etica della durezza e dell'impietosità verso chi è in difficoltà o viene messo in condizioni di difficoltà,da un'accettazione totale degli insegnamenti nietzschiani con la sola variante del far coincidere i 'signori' con la nuova aristocrazia che il reich stava allevando (altro concetto nietzschiano) selezionando tra i tipi migliori della nobiltà tedesca e dei paesi conquistati e gli elementi del popolo più 'benriusciti'(a questo proposito puoi vedere 'Il mattino dei maghi' e 'Il nazismo magico' di Giorgio Galli),comunque ariani,e gli schiavi,i deboli con gli ebrei,con un occhio di strategica simpatia per i giudei di lingua araba,da sempre nemici giurati degli ebrei.Della prova dell'esistenza di un simile progetto me ne ha parlato una dott.ssa in chimica sposata con un feldmaresciallo della Wermacht,certo Maier,la quale mi ha anche confermato l'esistenza di studi avanzati,durante la II Guerra mondiale,sull'energia atomica ai quali essa stessa partecipò orientati proprio alla produzione della bomba atomica.Il primo nucleo di questa aristocrazia sembra fosse ubicato in Provenza,era addestrato con tecniche di meditazione orientale e doveva incarnare proprio il tipo di uomo che Nietzsche descrive come 'aristocratico' e cioè non soggetto a nessun sentimentalismo,spietato con i nemici e distaccato con i propri pari,votato agli dei germani intesi come emblemi della potenza ecc.Il nome di questo nucleo fondatore era SS Todenkopf(Testa di morto) e si differenziava dalle SS comuni per il ruolo che avrebbero rivestito e per la libertà d'azione che era loro conferita.Ora devo chiudere cmq riprendiamo il discorso.Ciao.
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Mauro
messagio Jun 8 2010, 03:53 PM
Messaggio #19


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CITAZIONE(Fulcanelli @ Jun 8 2010, 04:42 PM) *
Caro Mauro,il tuo,a mio avviso,è l'atteggiamento più corretto,dal punto di vista filosofico,perché mentre io e,penso me lo conceda, Sgubonius sembriamo essere in possesso di chissà quale conoscenza arcana,tu sembri essere consapevole di ciò che è essenziale per ogni vera ricerca e cioè 'sapere di non sapere'.Daltronde è ciò che affermano,in maniera diversa,i due autori di quel bellissimo libro pubblicato nel 1959 dal titolo 'Il mattino dei maghi',Louis Pauwels e Jacques Bergier,parafrasando un adagio del filosofo medievale Abelardo:'Più amo più voglio conoscere,più conosco più amo,perché tutto ciò che è conosciuto è bene'.Ti rispondo:io penso che il nazismo sia derivato,almeno per l'etica della durezza e dell'impietosità verso chi è in difficoltà o viene messo in condizioni di difficoltà,da un'accettazione totale degli insegnamenti nietzschiani con la sola variante del far coincidere i 'signori' con la nuova aristocrazia che il reich stava allevando (altro concetto nietzschiano) selezionando tra i tipi migliori della nobiltà tedesca e dei paesi conquistati e gli elementi del popolo più 'benriusciti'(a questo proposito puoi vedere 'Il mattino dei maghi' e 'Il nazismo magico' di Giorgio Galli),comunque ariani,e gli schiavi,i deboli con gli ebrei,con un occhio di strategica simpatia per i giudei di lingua araba,da sempre nemici giurati degli ebrei.Della prova dell'esistenza di un simile progetto me ne ha parlato una dott.ssa in chimica sposata con un feldmaresciallo della Wermacht,certo Maier,la quale mi ha anche confermato l'esistenza di studi avanzati,durante la II Guerra mondiale,sull'energia atomica ai quali essa stessa partecipò orientati proprio alla produzione della bomba atomica.Il primo nucleo di questa aristocrazia sembra fosse ubicato in Provenza,era addestrato con tecniche di meditazione orientale e doveva incarnare proprio il tipo di uomo che Nietzsche descrive come 'aristocratico' e cioè non soggetto a nessun sentimentalismo,spietato con i nemici e distaccato con i propri pari,votato agli dei germani intesi come emblemi della potenza ecc.Il nome di questo nucleo fondatore era SS Todenkopf(Testa di morto) e si differenziava dalle SS comuni per il ruolo che avrebbero rivestito e per la libertà d'azione che era loro conferita.Ora devo chiudere cmq riprendiamo il discorso.Ciao.

VEramente intrigante il tuo inizio di ragionamento.A presto
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Sgubonius
messagio Jun 8 2010, 06:25 PM
Messaggio #20


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CITAZIONE(Mauro @ Jun 8 2010, 08:14 AM) *
Pertanto, è possibile un movimento concreto POST-NICCIANO?


E' sempre un piacere poter discutere di queste cose, ma non è che l'apparato burocratico-filosofico di parole e concetti faccia realmente la differenza (è che diventa un abitudine esprimersi così perché in testa le idee sono ordinate così), dovrebbe essere uno strumento, un martello direbbe Nietzsche, il punto per la verità è poi quello a cui torni tu, cioè se e come praticamente ed effettivamente (parlavo molto sopra di effettualità) si possa trarre qualcosa da Nietzsche.

Quindi fra le varie elefantiti filosofiche si sarebbe dovuta scorgere la briciola che ne è il tesoro, cioè quello che secondo me resta il culmine e la sintesi dell'etica Nietzschiana: l'amor fati (in stretta correlazione, vedi sopra, con le due colonne portanti del suo pensiero che sono la volontà di potenza e l'eterno ritorno). Arrivare al fondo di questo amor fati porta di fatto a linee molto semplici di azione. Dici bene quando dici "movimento", in opposizione magari ad altre parole (scuola, dottrina, sistema), e con chiaro riferimento all'esigenza di mettere in moto il pensare Nietzsche, senza mai fissarsi. Lui stesso, pur con le sue ossessioni, non è stato quasi mai "fermo" sul suo pensiero, ma ha sempre ruotato attorno in moto perpetuo circolare. Non è un caso, c'è una unità totale di etica e ontologia, di azione e pensiero, di estetica e gnoseologia.

Questo "movimento" necessario porta però ad una serie di considerazioni "selettive", in quanto l'eterno ritorno ha carattere essenzialmente selettivo, questo è molto chiaro negli scritti, la piegatura su se stessi rompe chi è rigido, romperebbe tanto i bracci tesi nazisti quanto il nichilismo incrostato sulle rocce desertiche. Il movimento prevede piuttosto di abitare, di percorrere, di attraversare continuamente e nomadicamente il deserto (senza mai chiudere il deserto in sé: guai a chi alberga deserti). Questa è una immagine che usa spesso Deleuze. Fuor di metafora si tratta proprio di mettere tutto in moto continuo, mettere tutto alla prova estrema del ritorno eterno, per temprare col martello/pensiero la materia della propria esistenza, che sia individuale o di comunità (ma ogni gerarchia rigida, tanto di soggettività quanto di collettivo, verrebbe spezzata dal martello o dalla flessione ciclica). Il Nazismo ha fatto un uso strumentale estremo della potenza per il potere, del movimento circolare fine a se stesso per la strutturazione di gerarchie partitiche e militari rigide e immutabili (cioè privilegi), usando infine una morale (ed ogni morale è della debolezza).

L'unico movimento nietzschiano mi sembra dunque quello infinito e circolare della volontà di potenza, cioè del divenire ciò che si è, amor fati, che ha lo specchio migliore nell'attività dell'artista creatore di sé e del mondo (senza distinzione reale fra le due cose, ma come un serpente che si morde la coda: il mondo crea l'io che crea il mondo che crea l'io ecc... ecco perché il ritorno è la struttura privilegiata dell'immanenza, è un circolo anche quella frase di Abelardo: amore-conoscenza-amore-conoscenza, ecc...). E' una danza impercettibile sul posto, è la vibrazione invisibile della musica nell'aria, la creazione continua di esistenza (potenza) dall'esistenza (potenza) stessa emersa dal nulla che è il mondo come volontà e rappresentazione. Non esistono i benriusciti di sangue, si è tutti malriusciti di base, si è tutti uomini tesi fra la scimmia e il superuomo. L'educazione del superuomo passa dal tendere questa corda (che è la volontà tesa sul tutto, goethianamente, spinozianamente, stoicamente, ma senza la "scorza" stoica come la chiama Nietzsche, piuttosto proprio come una capacità massima di affezione, cioè come massimo di potenza, l'esempio sarebbe sempre quello dell'artista che nell'operare è attraversato da dei "divenire" estetici-etici-ontologici-gnoseologici per cui diviene-fiore, diviene-roccia, diviene-mondo, diviene-VdP, ovvero ciò che è).


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