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> LO STRANO TIPO DELL'EUROSTAR 1187, Prose brevi ispirate dalla filosofia di Nietzsche
Mauro
messagio Aug 30 2009, 07:01 PM
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Ciao a tutti,mi chiamo Mauro. Voglio proporvi delle prose brevi ispirate dalla filosofia di Nietzsche. Di solito le propongo dal punto di vista letterario, ma come insegna
il Nostro, dato che la vita è un esperimento continuo,ve le sottongo per una prospettiva critica FILOSOFICA.Vediamo che succede.Grazie per l'ascolto.

LO STRANO TIPO DELL’EUROSTAR 1187

Un primo agosto qualunque, in un’estate qualsiasi.
Sull’Eurostar 1187 delle 12.00, da Bologna a Napoli, tutto è tranquillo.
C’è chi legge una rivista o un libro, chi si spara nelle cuffiette dall’i-pod o dal pc, musica a tutto volume o un bel thriller da cardiopalmo.
Ognuno è sprofondato, mediante supporti audiovisivi, nel suo mondo immaginale interiore, tranne lo strano tipo qui in fronte a me, nel posto vicino al finestrino.
Un soggetto di mezz’età, pelato con chierica socratica e un grosso naso con la gobbetta; una persona anonima se non fosse per i suoi grandi occhi azzurri, metallici, magnetici.
E’ da Bologna che guarda fuori dal finestrino e contempla i paesaggi che scorrono a forte velocità.
Ogni tanto fischietta una melodia, e poi annota s’un piccolo quaderno dei versi di canzone.
Butta un’occhiata distratta a noi passeggeri e torna a mirare le verdi colline toscane che allietano il cuore…
Deciso. Chiudo questo pesante quanto palloso saggio e…voglio fare due chiacchiere con questo individuo fuori dalla norma.
- Scusi…
- Dammi pure del tu, oltre tutto non sono femmina!
- Bè, mi presento, mi chiamo Giacomo.
- E io no, ho un altro nome. – replica sorridendo.
- Certo che sei un simpaticone. Volevo chiederti una cosa…
- Basta che non mi chiedi un prestito…
- No, tranquillo. Ho notato che non t’interessa per niente quello che avviene dentro il nostro vagone. Se non sono indiscreto, come mai?
- Guarda, poche persone e poche cose m’interessano, ma se c’è una cosa che mi lascia indifferente, quella è proprio me stesso! – ed esplode in una risata contagiosa -.
- Capisco. Allora, la seconda riflessione spiega la prima?
- Potrebbe essere, ma voglio spiegarmi meglio con te, gentile amico. Vedi, sono arrivato a questo stato d’animo per gradi: vivendo e osservando con intensa partecipazione gli esseri umani, il tuo cuore O SI SPEZZA O DIVENTA DI METALLO. Capisci quello che intendo?

Detto questo, sorridendo, si gira verso il finestrino e i suoi occhi turchesi riprendono a divorare le immagini della natura circostante.
- Scusami ancora…
- Qual è il problema?
- Sono un po’ imbarazzato, è anni che non faccio una domanda simile…Qual’ è, secondo te, la via per la felicità?
- Diventa e FAI QUELLO CHE SEI e non quello che sembra giusto al Gregge dei consumi. Ammira quello che fai per essere e poi VIVI PER LE STRADE!
- Basta, ti prego, tu pretendi troppo: fare quello che si è! Accidenti, già questo compito è quasi impossibile! Anche vivere come zingari, non avere casa, non avere nome, non avere il potere su niente!
- Ma come puoi diventare quello che sei, se non distogli lo sguardo da quello che non ti fa essere!

Rimasi in silenzio, ammirato, fino a quando quell’uomo non scese a Napoli.
Mi salutò con una strizzatina d’occhio e un cenno del capo.
M’indicò, con la sua stupenda sbirciata acquamarina, le nuvole, le cangianti nubi del terso cielo napoletano.
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Sgubonius
messagio Sep 4 2009, 12:33 AM
Messaggio #2


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La questione filosoficamente è molto ampia, e per questo è uno spunto interessantissimo!

Credo che nel "diventa ciò che sei" di Ecce Homo ci sia qualcosa di più di quanto hai brevemente trattegiato, qualcosa di veramente innovativo rispetto alla tradizione dell'etica precedente (con precursore il solo Spinoza). Il problema non è il fare, è proprio il "diventare" (altrimenti saremmo fermi ad Aristotele). Bisognerebbe epurare quindi (almeno a livello strettamente filosofico) i riferimenti alla felicità o al compatimento umano per arrivare ad una genealogia più radicale e superumana. Anche l'asceta arguto di ultima generazione dovrebbe continuamente divenire ciò che è (ovvero volontà di potenza) e apparirebbe più facilmente come un bambinello o una fanciulla o un attore senza parte che come un vecchio socratico contemplativo e in definitiva soltanto compiaciuto.
Non c'è alcun motivo per vivere nelle strade, il nomadismo è tuttuno con la virtualità, e la virtualità non ammette azione (il fare ecc...). Un uomo che fa, è sempre un uomo che attua un progetto pensando di fare la cosa giusta, compreso il fare ciò che si è e via dicendo. Reinventare un'etica passa soprattutto credo da qui, ovviamente non è facile ed è ampiamente aldilà dell'umano, è qualcosa che appartiene all'artista o al mistico. C'è una bella pagina in cui Nietzsche riprende Pascal dicendo che abbiamo avverato questa profezia: "sarete un mostro e sarete un caos", schizofrenia. Se questo è ciò che siamo (ovvero VdP e via dicendo), allora è questo che dobbiamo diventare (diventare un divenire letteralmente). Il resto è metafisica imbellettata.


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Mauro
messagio Sep 4 2009, 05:32 PM
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Caro Sgub -perdona la mania sintetica post-moderna- la tua risposta è tostissima! Ho sempre sognato d'intercettare simili riflessioni alle mie proposte creative.
Il Maestro insegna a rendere omaggio alla grandezza e io ti ringrazio di cuore.
Ma prima di scivolare nell'imperdonabile ruffianeria parliamo d'idee...
Il vivi per le strade l'ho ripreso paro paro dall'af.213 della Gaya S. "La strada per la felicità."
Strano, Nice ha sempre più cercato l'eterna vitalità potente che una metafisica quiete ETERNA.Mi piacerebbe sapere il tuo parere.
Mi pare che parli invece proprio del divieni ciò che sei.
Questa la mia interpretazione.Per essere se stesso l'uomo ha sembre avuto bisogno di avere un dio che rivelasse La Verità.Mediante caste sacerdotali sfruttatrici d'anime.
Senza questa rivelazione divina, ultraterrena c'è solo disagio e stridor di denti.
Nice, dopo aver dimostrato come ogni dogma è troppo umano, cioè interessato,va OLTRE...
C'insegna e ci libera con questo pensiero:puoi essere te stesso anche se non hai nessuna verità che ti sostiene,neanche il tuo IO -come hai detto giustamente nell'altro topic-
Io l'ho provata questa sensazione ed è bellissima! Sentirmi bene con me stesso anche se non ho un codice da seguire o da imporre al mio prossimo!
E leggendo questo bellissimo sito vedo che non sono solo!
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Sgubonius
messagio Sep 5 2009, 12:25 AM
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Diciamo che sono un pignolone e siccome su queste robe mi ci spacco il cervello non resisto alla tentazione di pignolare, ma sostanzialmente si tratta di sfumature perchè evidentemente il pensiero di nietzsche panoramicamente è il medesimo! Quindi considera sempre che siamo sul filo di un rasoio...

Quanto dici della caduta della verità è sicuramente la base per partire, citavi anche la corrente debole di Vattimo e amici, che è un punto interessante di incontro con la critica di Heidegger ma credo ancora non del tutto disvelante il vero gap che Nietzsche instaura nella storia del pensiero... il gap è proprio il passaggio da un mondo delle essenze (dell'essere, dell'identità, dei sistemi stabili termodinamici e via dicendo) a quello del divenire (differenza, variazione continua, inafferrabilità, ecc).
La beatitudine dell'abbandono del sè (già schopenhaueriana, e ancor prima presente in quasi tutti i filosofi) rientrerebbe a logica ancora nell'ambito di uno "stato", di uno scopo, di un raggiungimento. Distrutta la verità imposta (morale) per regolarsi da sè, non si è ancora liberi della verità purtroppo, si è solo ricondotto tutto ad un certo idealismo celato (il soggetto autoimpone la propria legge sul mondo). Il problema è in qualche modo proprio l'appagamento e la felicità che sono stati, e in quanto tale sono sinonimi della morte (qui viene ancora in aiuto schopenhauer). La vita che è volontà di potenza è invece l'opposto di questo irrigidimento ascetico e compiaciuto. La liberazione dalle morali, la vita "attiva" è sicuramente una componente di tutto il quadro quindi, ma mi piace pensare che ci sia ancora da scavare sotto, che ci siano ancora delle fortezze (degli "stati" nel duplice significato) da assaltare e distruggere per poi lasciarle al libero gioco della creazione che è l'unico vero regime del divenire. La strada citata anche nella Gaia Scienza è quindi un concetto del tutto "virtuale", nel senso che non è prendendo un fagotto e andando in strada che si è un "divenire" (quando si diviene si diviene sempre "ciò che si è", perchè alla radice siamo VdP cioè energia dinamica), ma si diviene sul posto, nel pensiero e nel flusso di coscienza-materia. E' un'etica straordinaria in cui non v'è azione, o dove l'azione specifica attualizzata è del tutto indifferente (tanto non ci sarà mai un'azione "giustificata", perchè banalmente nessuno può giustificarmi, come si faceva a scuola!).

Tutto sto sproloquio solo per dire che il cammino è davvero infinito e circolare, e non può che tornare su sè stesso, ma proprio per questo non ci può mai essere meta raggiunta ma si è sempre "in cammino" (anche quando si è fermi fisicamente). Arriverei quasi a dire che lo "stare bene con se stessi" (tanto morale che immorale) è l'uccisione stessa della potenza, perchè chi sta bene non ha nessuna intenzione di muoversi per stare meglio, non c'è energia potenziale, non c'è cogenza di pensiero, non c'è stimolo vitale di nessun genere. Ecco anche la creazione che ne scaturisce (e che è l'unica possibilità di attualizzazione che non distrugga il virtuale/potenziale ma lo rinforzi nella ripetizione come potenza della differenza) deve di conseguenza avere quelle caratteristiche di "divenire" di cui parlavo e che ne liberano la problematicità e la vitalità anche nella rigidità della forma (uno scritto rimane se stesso in eterno purtroppo). Il linguaggio per esempio è una gran fregatura e deve cominciare a slittare e a partire per la tangente, così la sintassi e la narrazione. Non per un vezzo sperimentale, ma proprio per evitare di ricadere nella morte che trascina con sè ogni stasi (linguistica, esistenziale, ecc...)

Non so se è chiaro, anche perchè paradossalemente sarebbe preoccupante se lo fosse, il gioco del divenire è tremendo proprio perchè richiede l'assoluta assenza di convinzioni particolari e di concettualizzazioni che pretendano il vero (eccoci tornati all'inizio nel cammino circolare). L'importante insomma, banalmente, è non accontentarsi!


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Mauro
messagio Sep 5 2009, 10:38 AM
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Caro Sgub, non so se tu sia un professore universitario- nel qual caso perdonami il tu- o un geniale studente autodidatta.
Per me, non cambia nulla...sei una persona da cui c'è veramente da imparare!
Nutriente e stimolante quello che dici sul gioco del divenite.
Permettimi di dedicarti questa prosa sul tema. In tuo onore.
Solitamente, chi la legge, si mette a ridere. In fin dei conti è giusto così.
Ma tu mi sembri uno che sa ridere e pensare insieme.Ciao.

FONDAMENTALMENTE, E’ TUTTO UN GIOCO

Incontro un bambino che sta giocando a scacchi:
o meglio, si diverte a buttar giù tutti i pezzi bianchi e neri sulla scacchiera.
“Stai cercando il Principio Primo, uomo, la Verità assoluta che si nasconde dietro il colorato sipario della Natura?”.
“Mi domando, tra mille dubbi, quale sia, caro il mio monello.
Ma non lo so. Certo, che diavolo di domande fai, per la tua età!”.
“Cosa si dice in proposito tra voi adulti?”.
“Ma sai, i soliti dogmi pronti per l’uso:il potere, il denaro, la tecnologia, il sesso, l’oro…quella roba trita e ritrita…”
“Siete fuori strada, come al solito.
Il possedere quelle fantasie materiali non vi eviterà di cadere giù per terra come sacchi vuoti, al momento stabilito.
La vostra mascella si contrarrà come il marmo e…”
“Basta, birbante! Lascia perdere i particolari.
E poi, tu che cosa ne sai? Hai ancora il latte sulle labbra.
Qual è il senso delle nostre vite?”.
“Non ci sono fondamenti ultimi della realtà, uomo, ma solo UN AVVERBIO; e te lo regalo perché mi sei simpatico:
FONDAMENTALMENTE.
Sì, fondamentalmente la vita…, tutto è solo UN GIOCO.
Partecipa al gioco solo per il semplice fatto che la tua esistenza è un miracolo!
Sei uscito fuori dalla lotteria delle possibilità infinite: un biglietto che porta un numero unico, irripetibile, il tuo.
La gioia, lo stupore per una simile giocata è la sola emozione che vale la pena di coltivare.
Il resto lascialo agli ignoranti e ai fanatici”.

Ridendo, il bimbo terribile ritorna a far cadere gli scacchi sul piano di gioco.
Sono basito: questi piccini moderni, che razza di studi fanno!






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Sgubonius
messagio Sep 5 2009, 02:53 PM
Messaggio #6


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Eh vabbè non esageriamo, è solo che ci ho bruciato un sacco di tempo!

A proposito di tempo, il testo mi ricorda un po' il famoso frammento di eraclito "L'Aion è un fanciullo che gioca muovendo i pezzi sulla scacchiera, regno di un fanciullo è l'aion" (su cui credo abbiamo ricamato già tanto sul forum)! Davvero sul gioco si potrebbe dire fin troppo, penso che sia straordinaria la natura "dispersiva" del gioco (contro l'economia delle forze) che racchiude per l'appunto il segreto del tempo Aiòn, però qui mi sorge sempre la stessa domanda (ed è proprio una domanda, lungi dal didascalismo precedente): come coniugare questa dispersione energetica con l'esigenza di scrivere, di esprimere fissando? C'è un libro straordinario di Derrida che si chiama "La Scrittura e la Differenza" in cui si trattano tutti questi problemi apertissimi (almeno per chi è fissato, giustamente al 99,999999% della popolazione mondiale non frega un tubo!). Ti cito proprio un pezzetto che avevo tenuto da parte:

<<Vi sono dunque due interpretazioni dell'interpretazione, della struttura, del segno
e del gioco. L'una cerca di decifrare, sogna di decifrare una verità o un'origine
che sfugge al gioco e all'ordine del segno, e vive come un esilio la necessità
dell'interpretazione. L'altra, che non è più rivolta verso l'origine, afferma il
gioco e tenta di passare al di là dell'uomo e dell'umanesimo, poichè il nome
dell'uomo è il nome di quell'essere che, attraverso la storia della metafisica e
della onto-teologia, cioè attraverso l'intera sua storia, ha sognato la presenza
piena, il fondamento rassicurante, l'origine e la fine del gioco.>>


Ovviamente a latere c'è tutto il discorso sulla scrittura, che ora manco mi ricordo bene! Beh comunque sarebbe bello riuscire come ti dicevo ad andare così dentro il linguaggio (o così oltre) da liberare la ricchezza di interpretazioni, il gioco ermeneutico senza farne un negativo dialettico. Per esempio l'origine della poesia mi ha sempre incuriosito molto, dove e come il poetico (unica forma di scrittura, o pittura, o filosofia che possa slegarsi da quel vincolo di verità di cui parla anche Derrida) si sprigiona?
A questo punto ti giro proprio la domanda, perchè scrivere?


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Mauro
messagio Sep 6 2009, 08:39 AM
Messaggio #7


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Perchè scrivere?
Perchè c'è solo un grande gioco cosmico e non delle Verità assolute quanto umane...e questo mondo è spietato, contradditorio,maipolatore,seduttore,assassino.
Noi abbiamo bisogno pertanto d'illusioni e di autoinganni per sopportare questo crudele gioco di forze e vincere, per un pò, questa realtà.
La vita deve ispirarci fiducia e per questo bisogna essere artisti.La volontà di verità uccide la vita.
Ovviamente c'è scrivere e scrivere, arte e arte.
Giorgio Colli rimproverava giustamente Nice d'aver scritto TROPPO e ci ammoniva ad imparare dai suoi errori quanto dalle sue geniali idee creative.
Secondo me,dopo l'apogeo del suo pensiero, il quarto libro della Gaya Scienza, doveva fermarsi e smettere di scrivere per almeno due anni.
Lui stesso l'ha insegnato, bisogna scrivere solo di quello che si è SPERIMENTATO nelle midolla e in fondo al cuore.Bisogna credere solo ai pensieri che CAMMINANO.
Dopo quel prodigioso quarto capitolo Federico è diventato l'ufficio stampa di sè stesso e non ha più ASSIMILATO fisiologicamente quello che filosofava.
DOveva prendere fiato e formare una comunità di sodali e amici pensatori.Spassarsela un pò, perchè no!
Si è trasformato in pubblicista della sua solitudine e da quì consegue la brutta prosa dello Zarathustra, la cantonata di fare della VdP un'altra cosa in sè metafisica,l'errata demolizione del nobile sentimento della solidarietà ,come ha giustamente fatto notare Sossio Giametta.
In conclusione bisogna scrivere per non essere uccisi dalla verità, ma non scrivere troppo, vale a dire, di quello che non si è PROVATO e DIGERITO.
SOlo per la scoperta delll'importanza dell'assimilazione sulla nostra vita psichica e spirituale Nice merita l'eternità del ricordo.
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Sgubonius
messagio Sep 6 2009, 02:34 PM
Messaggio #8


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Nietzsche ha sempre scritto tanto, ma certo non è lo Zarathustra il testo superfluo (anche perchè c'è molto più che nella gaia scienza), dove la prosa si sfalda proprio per la questione che ti ponevo sopra. Idem i ditirambi di dioniso. Peraltro va considerato che poco dopo avrebbe seguito il silenzio totale. Credo comunque che praticametne tutto ciò che ha scritto Nietzsche sia stato costretto a scriverlo, per una questione anche vitale soltanto. E' tutto impregnato dalla necessità.

Non vedo come rientrino quindi la solidarietà e la baldoria, il problema qua è molto più radicale.

Si parla spesso, ad esempio, soprattutto riguardo a Kafka di una impossibilità di non scrivere, contrastata dall'impossibilità di scrivere in tedesco (cioè in generale in una lingua strutturata e dominante). Il problema è prorpio la ricaduta nel sistema di verità metafisico, ovvero il semplice ribaltamento del platonismo senza nessun superamento. In altre parole, come dice peraltro Nietzsche stesso, quando si abolisce il mondo "vero", si abolisce anche contemporaneamente il mondo "apparente" e non si invertono soltanto i fattori mettendo lo Schein sopra il Sein. Questo era già stato completato se non da Kant almeno dall'idealismo. Abolire la parola verità non significa nulla, va abolito il sistema della verità che passa anche dalla rigida linguistica e formale per esempio e dalla pretesa di una certa autoaffermazione artistica che non ha fondamento. Ecco l'impossibilità di scrivere, cioè di fissare qualcosa, di ripetere e di esprimersi compiutamente come un soggetto autonomo, e d'altro canto c'è l'esigenza vitale di farlo. Non dobbiamo "vincere questa realtà" o cosa, perchè ne facciamo parte, "sarete un mostro e sarete un caos" dice Nietzsche riprendendo Pascal, siamo già un caos, dobbiamo solo diventarlo, appunto diventare ciò che siamo.

Se Nietzsche è stato un distruttore, allora anche tutta l'ultima fase è pienamente giustificata e necessaria nella sua critica. Fermarsi a metà come (mi pare) abbiano fatto i vari Giammetta, Colli e altri (compreso Heidegger, anzi soprattutto lui, che però ha avuto la lucidità di vedere il problema) non ha alcun senso, si ricade in declinazioni del platonismo a termini invertiti. E allora non ci siamo scrollati di dosso niente. Nietzsche merita l'oblio che ha professato, non l'eterno ricordo.


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Kuoros
messagio Sep 6 2009, 03:13 PM
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Volevo commentare, ma poi ci ho pensato e credo di non esserne in grado.
L'unica cosa che mi sento di aggiungere sono i complimenti a Sgubonius, che come sempre scrive post pieni di spunti interessanti.
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Mauro
messagio Sep 6 2009, 05:10 PM
Messaggio #10


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Rinunciare a scrivere? Mica sono matto! Così come non mi sogno di rinunciare all'amicizia e alla baldoria.
Parliamo d'AMOR FATI, l'unica teoria che il Baffo è riuscito veramente a praticare nella sua vita,come dice giustamente Fini nella sua troppo diluita biografia.


AMA IL TUO DESTINO


ECCO QUA L'INVERNO, SAI BISOGNA STARNUTIR
DAL CIELO SCENDE LIEVE LEGGERA TANTA NEVE
ECCO PRIMAVERA, ECCO IL VENTO PORTA PIOGGIA
E POI VIENE L'ESTATE CHE PORTA UN GRAN CALORE

ECCO QUA L'AUTUNNO NEBBIOSO E SONNOLENTO
E STAI RINCHIUSO IN CASA E NON SEI MAI CONTENTO
E ANCOR DOVRAI ABITARE
CON PERSONE CHE NON PUOI CAMBIARE


AMA IL TUO DESTINO, L'HAI SEMPRE LÌ VICINO
AMA LE TUE COSE
LE SPINE SAI, FAN LE ROSE….

ECCO VIENE L'UOMO, LA BESTIA PIU' CRUDELE
SUPERBO COME IL TUONO, IL KILLER PIÙ SPIETATO
ECCO QUA L'AUTUNNO, È NEBBIOSO E SONNOLENTO
E STAI BEN CHIUSO IN CASA E NON SEI MAI CONTENTO

ECCO PRIMAVERA, ECCO IL VENTO PORTA PIOGGIA
E POI VIENE L'ESTATE CHE PORTA UN BEL SUDORE
ECCO QUA L'INVERNO, TI DEVI SAI, COPRIR
DAL CIELO SCENDE LIEVE, LEGGERA TANTA NEVE



L'AMor Fati e la Vdp come ARTE, sono i regali più belli che Nice ci ha donato.
Non piagnucolare come neonati di fronte ai colpi del destino.
Ingannare lo stesso Fato con i nostri trucchi illusionistici, tra i quali il più bello è la risata travolgente!
Ascoltare i tromboni che pontificano di dogmi universali- tra i quali, spesso e volentieri, noi stessi- e ridere a crepapelle!
O perlomeno, fermarsi un attimo prima a riprendere fiato.
Ad esempio, come dice bene COlli, nessunodi noi può dire l'ultima parola veritiera sulla filosofia di FEderico.
Ed è per questo che lo venero!
Ha inventato un pensiero dove ogni suo seguace fanatico si trasforma automaticamente in asino ragliante!


Grande Baffo!
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Sgubonius
messagio Sep 7 2009, 03:05 PM
Messaggio #11


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Il problema qua è di scandagliare più a fondo, tutto qui. Non si procede per dogmi o verità, si procede per paradossi e problemi (cioè per situazioni irrisolte da cui scaturisce il senso). Quello dell'espressione è un problema grosso come una casa, proprio per quel paradosso che tratteggiavo prima: necessità di scrivere (per affermare la vita nella sua falsità in arte, per rendersi impersonali, per fare della ripetizione la potenza della differenza e via dicendo) contro presunzione e futilità dell'atto espressivo come di ogni partorire. Poi baldoria e stagioni vengono dopo, l'amor fati stesso rientra nel discorso e trae la sua cogenza proprio dal problema della scrittura (ovviamente intesa qui in senso lato come "atto creativo"). Se il problema non viene posto, se il paradosso non è portato al suo limite differenziale, scompare quella logica del senso che fa nascere e sostiene ogni pensiero rendendoci qualcosa più (o qualcosa meno, nel senso che c'è un mancare/brauchen vitale) che atomi che sballonzolano.

Non si tratta quindi di una rinuncia alla Schopenhauer, da asceta. Si tratta di vivere l'essenza paradossale del problema che sola racchiude il segreto del senso e quindi del pensiero, dell'arte e dell'amor fati. L'unione della libertà totale delle possibilità con la costrizione estrema del fato, quello che Nietzsche chiama gli "arcobaleni della necessità", dove nulla è casuale eppure tutto è aleatorio, "un coup de dés jamais n'abolira le hasard". Tutto il resto poi va considerato in base a questa assunzione radicale di una temporalità e modalità esistenziale nuova che strappa l'esistenza tanto al fossilizzarsi nel passato quanto nella corsa sfrenata dei presenti verso la morte. Tornando all'ambito artistico: una scelta della scelta che libera la creazione mantenendola però coesa con una estrema igiene del pensiero, lontano quindi dalle profusioni wagneriane. Eterno ritorno ed amor fati fanno tutt'uno con questa modalità del problematico. La deproblematizzazione, l'ingenuità (che non è l'innocenza), la banalità sono all'opposto le istanze di dissoluzione della vitalità come volontà di potenza. Su queste cose Nietzsche non è affatto ambiguo (o meglio ancora c'è il medesimo ripetersi del paradosso fra ambiguità e nettezza, fra prosa slegata e cogenza filosofica) e non lascia all'interpretazione più dello spazio in cui sussiste il gioco ermeneutico stesso su cui si fonda il suo pensiero, non si tratta più di verità, si tratta di pratica e di problematica, porre le domande, non dare le risposte (per natura sempre sbagliate e parziali).

Concludo: riguardo allo scrivere ci vuole questa coesistenza dell'atto creativo con una matrice di senso, un campo trascendentale, che lo porti a frutto tanto oltre i limiti dello strutturalismo positivista (significato unico per ogni significante) quanto oltre il sentimentalismo idealista romantico. Equilibrio sottilissimo. Altrimenti si delira soltanto girando su se stessi.


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Mauro
messagio Sep 7 2009, 07:03 PM
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Nell'esprimerti gratitudine per il tuo ascolto e per aver accolto il mio invito iniziale ad una prospettiva filosofica sull'Arte -non tanto sulle mie prose brevi- con una grande coerenza generosa- l'antifinalismo è dei nobili, il Baffo lo spiega tante volte- è con intrigante interesse che mi rendo conto che siamo entrati nel CUORE di questo topic: il paradosso della Vdp come arte che può essere: Arte delle opere d'arte da vendere nei centri commerciali del consumismo e/o Arte del diventare ciò che si è, cioè Amor FATI.
Mi piacerebbe davvero che tu mi riformulassi questo paradosso in maniera ancora più stringente e chiara, come se fossi il bimbo eracliteo.
Mi gusta e mi aiuta davverto tanto il tuo approfondire.
Ovviamente, sono interessato alla seconda forma di Vdp come arte e mi piace quel tuo equilibrio tra eccesso di ragione ed eccesso di passione,come lo capisco in termini senz'altro elementari, tratti dalla storia della letteratura-classicismo contra romanticismo-.
Mi sembra che la difficoltà stia nel mantenere sempre il paradosso "aperto"e non chiuderlo con la proclamazione di qualche fondamento.
Per me la chiave sta , e mi ripeto, nell'assimilazione.
Per Nice l'estetica è buona fisiologia: ogni mia idea per essermi carburante di salute deve essere sperimentata,camminata,respirata,digerita,ballata,scopata...poi vengono gli atteggiamenti sani dell'antifinalismo e dell'Amor Fati;
il resto è tutta funebre e autoritaria metafisica.
Ciao Sgub
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Sgubonius
messagio Sep 7 2009, 11:09 PM
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Caro Mauro io apprezzo la tua resistenza, e penso che si possa procedere in modo dialogico attraverso le domande da qui in poi.
La fisiologia è alla base della concezione nietzschiana della nobiltà che viene prima dei vari valori. La fisiologia è per definizione scienza di un processo (la vita) e mai scienza di uno stato, in altri termini un divenire e non un essere finalizzato.

La domanda successiva è capire cosa stimola la vita, il processo, il divenire, la (volontà di) potenza? Evidentemente non la verità, non la felicità, non il benessere, non la morte, ma il processo di ricerca di esse. L'assimilazione deve sempre essere considerata nel suo essere processo, mai come atto finale. Per intenderci, da una parte c'è la sintesi hegeliana: digerisco il pezzo di pane per renderlo parte della mia autocoscienza, dall'altra c'è una assimilazione che può sussistere solo come assimilazione di problemi, affrontare delle sfide, insaziabilità. Per l'appunto difficile è mantenere "l'apertura" vitale contro l'istinto di morte che ci caratterizza trascinandoci verso la morte, ovvero riuscire a trovare una prassi che permetta di vivere un problema (nel caso del pezzo di pane soprattutto è difficile farne un problema!). Ora mi pare che esistano due estremi differenti di questo Thanathos che ancora tu hai ben delineato: l'uno è la totalizzazione razionale di crescita e sintesi (che elimina ogni ulteriore domanda e ricerca, e quindi esaurisce le possibilità vitali), l'altro è la dispersione estrema della fuga (forse addirittura più schopenhaueriana che romantica, poi ci sono sfumature che sono difficili da captare, comunque assocerei l'idea al concetto di "inautenticità" di Heidegger). Il tutto e il nulla.

Per mantenere quindi questi paradossi (in senso generale c'è un paradosso e un problema dell'essere: la costrizione a vivere contro l'esaurirsi automatico della vita stessa) si deve ricorrere all'arte, che ha qui un senso totalmente immanente, parallelamente all'eterno ritorno. L'arte (come modo d'esistenza della potenza del falso) è semplicemente l'espressione di un percetto totalmente slegato dall'esigenza del vero. A questo punto sussiste la questione del nichilismo. Se non c'è una verità, una legge, una trascendenza, tutto è lecito e indifferente: ogni espressione artistica è del medesimo valore? Evidentemente così si finisce nella linea di fuga mortale della dissolutezza. Nietzsche ha pensato l'eterno ritorno proprio per sfuggire a questa corsa dei presenti, ed ecco che come nell'eterno ritorno si professa un fato senza sciogliere per questo l'indeterminatezza dell'attimo (la porta carraia), così nell'arte parallelamente si deve dare forma vincolata alla creatività che partirebbe per la tangente (il moto circolare in fisica è costruito proprio così, una linea centrifuga continuamente richiamata alla circonferenza da un legame). L'unico modo insomma per mantenere l'aleatorietà del problema (intendo per problema una domanda con più possibili soluzioni che traggono dal problema il loro senso, e che danno così senso ad un pensiero che le valuti generando l'essere vivente autocosciente) senza esaurirlo in una scelta specifica d'azione che neutralizzerebbe il potenziale (ancora la fisica viene in aiuto per farsi un idea: romprere una diga, far scattare un elastico), è elevarlo ad una condizione di necessità in quanto tale, in quanto indeciso. Tutto questo giro di parole solo per definire l'arte come stimolante della vita e massima pratica fisiologica, e per arrivare a definire i limiti di questa prassi. Il paradosso dell'essere di cui solo l'arte può "parlare" è quindi la coesione di necessità e aleatorietà, ripetizione e differenza, eterno ritorno e VdP, responsabilità ed innocenza, cogito e deus sive natura.

La necessità in primis ristabilisce un legame con la terra che nella estrema virtualizzazione della weltansschauung si era andata perdendo nel nichilismo. Ogni espressione artistica dovrebbe quindi mi pare nascere da un concatenamento necessario, da un problema vissuto pienamente in quanto tale, cioè in tutte le sue possibilità di soluzione. Leibniz ci insegna che le varie possibilità sono incompossibili (non possibili allo stesso tempo, nello stesso mondo: pensa alla generazione delle coniche o a semplici questioni storiche come la morte di Cesare). Ma noi possiamo andare oltre leggendo in questo spazio fra le possibilità l'essenza stessa del vivente (la cosiddetta Differenza o VdP) e definendo l'atto d'amore (amor fati) come affermazione di queste divergenze, di questi rapporti differenziali. Ecco che la Ripetizione (l'eterno ritorno) diventa la potenza della Differenza, in quanto è la condizione esistenziale per la scelta della scelta, cioè per una scelta che non è determinata (come dicevo prima: scelgo di mangiare il pane, e così esaurisco la forza potenziale che mi aveva portato a pormi il problema e ad avere fame) ma che erge l'indeterminato a necessità. Se affermo il pezzo di pane (e soprattutto la mia fame che pone di conseguenza il problema che mi rende il pane identificabile e desiderabile) nell'eterno ritorno affermo tutto l'essere per concatenamento di immanenza. A questo punto il mangiarlo o meno diventa indifferente, perchè appartiene alla necessità, mentre la differenza/fame/vdp persiste e trova nella ripetizione/necessità l'affermazione di quella stessa indecisa problematicità. Solo un artista (o un fanciullo, che è lo stesso) può lanciare i dadi accettando qualunque risultato esca in un eterno ripetersi, perchè ha affermato la sua condizione di differente virtuale oltre ogni possibile esaurimento attuale. Ma il colpo di dadi, tornando a Mallarmé, non ha eliminato il caso pur nel determinismo materialistico di un solido che reagisce a certe forze definite, perchè nel vivente che l'osserva (da artista) rimarrà sempre una differenza e una casualità non rigida, l'esistenza del problema in quanto tale. Nichilismo attivo.

Non direi quindi che è l'arte commerciale il problema (certo anche quella, ma non è fondamentale al momento), ma è piuttosto una certa arte di ornamento, in cui l'estetica non è legata all'etica (alla fisiologia) e in cui la trascendenza mantiene il suo regime sull'immanenza. In altre parole: il "bello", anche kantiano (figlio illegittimo del vero e del giusto). Il poetico che dovrebbe andare oltre il bello dovrebbe sussumere quelle caratteristiche sopra elencate: necessitazione del problema aleatorio. La differenza che si insinua fra significato e significante è già essenza della poesia, così come l'uso della ripetizione per potenziare (ritornello).
Non quindi la parabola, nè la similitudine esplicativa, non quindi la chiarezza espositiva e la prosa ma lo sprigionarsi di una indecidibilità o intestimoniabilità sul significato, un eccesso o una mancanza di esso, sempre però all'interno della logica del senso (come è la vita, soprattutto durante il sogno, dove proiettiamo sulle cose il senso derivante dai nostri problemi sempre in divenire e mutamento, ma siamo incapaci, grazie a Dio, di far quadrare ogni cosa con la casella del suo significato). Il ripetersi di qualcosa di irripetibile come lo è una esperienza esistenziale. Questo è quanto Nietzsche ha fatto per esempio nei ditirambi di dioniso, oltre lo Zarathustra e la sua impronta spesso un po' didascalica (ci sono comunque delle pagine straordinarie).

Ho detto probabilmente troppo, ma come vedi è per una certa incertezza che ancora accompagna tutto l'insieme e che quindi è da confrontare e bombardare ancora per andare sempre più a fondo. Per questo ti poneva la domanda "perchè scrivere?", domanda banale eppure densa di tante considerazioni. Ho trovato nei tuoi scritti, come in molti lettori di nietzsche, un certo "compiacimento" (passami il termine, che comprende le affermazioni contro l'io, e che intendo come il considerarsi ad un punto d'arrivo e di realizzazione) che mi pare in contrasto con l'essenza stessa del pensiero della VdP, e d'altro canto capisco perfettamente che è necessario il passaggio ad una forma di realizzazione per evitare il pericolo della dispersione. Tutto il sistemino che ho sciorinato sulla necessità dell'indecisione e via dicendo cerca di mettere insieme queste due cose praticamente.

A te la parola per il prossimo, se avrai la pazienza di subire tutto ciò!! mellow.gif


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Mauro
messagio Sep 8 2009, 05:45 PM
Messaggio #14


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Questo tuo mirabile intervento, caro Sgub, non posso assimilarlo in tempi rapidi.
Mi prendo, quindi, una pausa di riflessione e di digestione -per fortuna, non ho l'urgenza di dover scrivere uno Zarathustra!-
Del resto, una discussione tra due postnicciani non è mai conclusa, ma sempre in divenire...in quanto nessuno di noi ha intenzione d'apparire all'altro, come in un'ipotetica grotta di Lourdes!
Ti riconosco una penetrante capacità di tenere aperti e vivaci gli enigmi della filosofia.
Così, in altra forma, cerco di scrivere delle prose che propaghino ondate d'energia psicosomatica SALUTARE e attuare l'estetica fisiologica del BAffo.
Mi congedo, per il momento, lasciandoti in lettura questo pezzo dedicato alla VOlontà di Potenza come Arte.

Avviso ai naviganti che traversano i marosi di questo topic: ricordatevi bene, in nome del Maestro, di diffidare sempre della Volontà di Verità che è solo desolante smania di decadenza,voglia di farla finita camuffata da omelia.
La compiacenza nei miei scritti - è vero, Sgub-sta in questa riconoscenza: L'Arte mi protegge dalla volontà di Verità, veleno letale.

A te ,Sgub, intrepido speleologo dei paradossi della gaya conoscenza,
GRAZIE.

COSA SOGNA LA MIA GATTA ?

“ Noi siamo come gli animali viventi sullo scudo di Efesto- fenomeni estetici,
ma crudeli ! “

Friedrich Nietzsche, frammento postumo.


Quando si torna a casa stanchi, dopo una giornata di lavoro, non c’è niente di più rilassante del trovare la tua micina ad aspettarti sul divano.
Entro in salotto, mi spoglio degli abiti del lavoro e vado a fare una bella doccia calda.
Scorgo la mia pucci-pucci che ronfa sonoramente, raggomitolata sul suo cuscino in armonica forma circolare, che mi spia con un minimo spiraglio d’occhio, color oro, socchiuso.
Finito di lavarmi, torno da lei e la ritrovo immersa in un profondissimo sonno in fase R.E.M.: sta sognando.Il suo corpo, completamente rilasciato, è a tratti agitato da brevi sussulti a livello delle zampe e delle vibrisse.
Noto, inoltre, che anche i suoi globi oculari sotto le palpebre, stanno vibrando in modo impercettibile.
E’ in questi momenti, asseriscono i medici, che l’uomo come il gatto, conosce l’attività onirica vera e propria, essenziale alla sua sopravvivenza.
E’ provato il fatto che, se veniamo privati dei nostri sogni profondi, possiamo soffrire rapidamente di gravi turbe psichiche.
E’ meravigliosa!
Ora sta emettendo una vocalizzazione prolungata che sembra una nota musicale d’intenso piacere, un richiamo all’avventura, al gioco…
Un invito al viaggio, al lasciarsi cadere addormentati in sfere esistenziali parallele.
Che cosa stai sognando, Pucci-Pù?
Mi accuccio accanto a lei, emetto un profondo sbadiglio e sento il prepotente bisogno d’addormentarmi….

“Vieni, vieni, padroncino…ti stavo aspettando…perché ti sei avventurato nel cuore del mio sogno? Senz’altro tu cerchi, voi umani, da sempre, cercate sempre qualcosa, cosa vuoi ?”
“ La giustizia, puccina…”
“ La giustizia? E’ un illusione, non la troverai ne qui né in altre dimensioni…”
“ Allora la saggezza, o baffina…”
“La saggezza non appartiene al sogno, per quanto le visioni oniriche siano il cumulo, la somma di tutti gli attimi vissuti da ognuno di noi; ed è questa l’unica saggezza che conta: vivere di persona le proprie esperienze, di prima mano, in sorgiva battuta…non per sentito dire, non per dovuto vivere, non perché si dice che questo è bene e questo è male….”
“ Ti chiedo almeno la RIVELAZIONE, o flessuosa…”
“ La RIVELAZIONE? Quella sì, che appartiene al sogno. Può essere tua, ma solo se il tuo cuore è forte…seguimi…preparati a pagare il prezzo che è dovuto alle intense emozioni….”

Mi accompagnò attraverso un bosco, fino ad una grotta abbandonata, in riva ad un fiume impetuoso.
Pucci-Pucci mi fece un cenno con la zampina di penetrare in quell’antro oscuro:
“Va e guarda …”
Entrai e vidi il buio illuminarsi di roventi faville incandescenti e sentii sordi, febbrili colpi di mazza su un’incudine.
Davanti a me si levò, possente come un Orco, Efesto, il dio dei Fabbri, intento a forgiare meticolosamente uno scudo con un metallo allo stesso tempo riflettente e iridescente, uno splendido specchio cangiante dai mille colori. Mi disse:
“ Seguimi” e come in un incantesimo mi ritrovai a sprofondare coi piedi in una fine sabbia dorata, su di un’immensa spiaggia assolata, davanti al vasto Oceano blù.
Efesto porse il suo scudo-specchio al dio della Vita, Proteo, il potente mago, Signore delle multiformi superfici.
Pure lui mi sorrise e si voltò lentamente ad osservarsi nello specchio screziato.
Magia! Il suo riflesso non era la riproduzione di un volto, ma l’infinita molteplicità delle creature e dei corpi celesti, l’immane trascorrere d’immagini e forme colorate, l’intreccio indissolubile di persone e situazioni….
Quindi, il mondo è solo una visione e la sua natura soltanto contemplazione….
Dunque, noi siamo solo delle immagini e anche il dolore, la malattia e la morte, sono solo apparenza!
Io sono solo l’allucinazione di un dio, non ha senso temere la vita…”
MI sveglio di soprassalto….Sono sdraiato sul divano..sento qualcosa d’umido sulla mia fronte…la mia Puccina mi sta leccando con la sua lingua che sembra carta vetrata! Si accoccola sulle mie cosce e comincia a fare le fusa….
Ron ron ron ron ron ron ron…….
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Sgubonius
messagio Sep 8 2009, 08:36 PM
Messaggio #15


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Integro il pastrocchio precedente con una citazione pregnante dallo stesso Nietzsche, che ho scoperto oggi.
"Come si può spiritualizzare, abbellire, divinizzare un desiderio?"
Ecco l'estetica, pura e semplice, a braccetto con l'etica. Contro ogni castrazione diretta (morale) o indiretta (la realizzazione).

Anche tutta la storia dei pensieri che camminano, o del dio che danza, penso vada inteso sempre in questo senso "del divenire", e il divenire ha per condizione prima la virtualità (che non significa una mancanza di realtà, ma si oppone all'attualità, dato che banalmente una cosa che diviene non è mai attuale ma sempre potenziale/virtuale/indecidibile/inafferrabile/inattuale).


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Trestiton
messagio Jan 16 2016, 06:36 PM
Messaggio #16


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" Solitamente, chi la legge, si mette a ridere ! .


Ridere ?
Ma ouesto racconto è il prosieguo della partita a scacchi di Antonius Block con la Morte !
Mi dà i brividi ! ( . . . non vi eviterà di cadere giù per terra come sacchi vuoti , al momento stabilito .
La vostra mascella si contrarrà come il marmo e . . . ! )
Anche perché , a differenza che nel film di Bergmann dove la Morte giocava rispettando le regole , nel racconto proposto " il bambino terribile " : " ritorna a far cadere gli scacchi sul piano di gioco " .
Azzeramento della VdP , inutilità della vita razionale !
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