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> James Joyce, quanto c'è di nietzschiano?
Sgubonius
messagio Jun 10 2009, 09:16 PM
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Per chi c'è, il tema sarebbe interessantissimo!

Iniziamo con una connessione storica: Joyce vive nell'epoca in qui nietzsche comincia a circolare fra gli intellettuali d'europa, leggo su internet che dovrebbe aver conosciuto già parte della sua filosofia nel 1902 (per intenderci l'ulisse è del 1914-1922 e finnegans' wake viene scritto dal 22 al 39, 35 anni per due libri!!) tramite Yeats, mentre tre anni dopo in un raccontino (A Painful Case) il protagonista ha sulla scrivania lo Zarathustra e la Gaia scienza. Sicuramente dunque lo ha letto e direi studiato, e credo anche che ne abbia condiviso i pensieri (in una lettera si firma curiosamente "Overman", superuomo). Un paio di riferimenti puramente "semantici" si trovano anche in Finnegans Wake ("...in the Nichtian glossary..." o "Der Rasche Ver Lasse Mitsch Nitscht" o ancora "nitshnykopfgoknob").

A parte queste note introduttive, interessante è andare a vedere come traspaiono effettivamente forme del pensiero nietzschiano in Joyce. Fin dai primi scritti mi pare che l'idea dell'epifania che sottrae i personaggi dalla paralisi morale di dublino sia enormemente in linea con tutto il discorso di nietzsche sulla genealogia della morale, in entrambi i casi c'è un energia vitale intrappolata in cerimoniali e inibizioni per lo più derivanti dall'etica cristiana/cattolica. Penso soprattutto a "i morti", ultimo racconto dei "Dubliners" dal titolo già eloquente (i morti sono i viventi!) in cui l'attimo straordinario (quello famoso di cui Nietzsche parla nella gaia scienza in merito all'eterno ritorno in qualche modo) emerge grazie ad una canzone che riporta al sacrificio passato di un amante per amore. Eccoi n questo attimo dionisiaco si scatena una forza immaginativa e poetica, l'unica vivente, che è la medesima di cui nietzsche parla in tanti scritti.
Se passiamo poi all'Ulisse (passando attraverso il Dedalus che non ho letto), troviamo dei riferimenti diretti nell'episodio di Telemaco e nel personaggio di Buck Mulligan, prima usa la parola "hyperborean", tipico uso nietzschiano per indicare (noi iperborei..) il superuomo e affini, poi va direttamente per "Ubermensch" e "supermen" arrivando infine ad un inequivocabile "Thus spake Zarathustra". Mulligan è un personaggio secondario, che compare solo all'inizio come contraltare dell'ater-ego Dedalus, e per lo più i riferimenti poi diventano concettuali anzichè diretti, anche perchè per lo più il libro si concentra su Bloom che è tutto fuorchè un superuomo!! Bloom è un ebreo, ora, andando oltre l'uso nazista della cosa, sappiamo che nietzche riconosce in questa razza l'origine della morale (ebraismo) e del risentimento, e in effetti Bloom appare proprio come un risentito che ributta tutto dentro di sè, non agisce pressochè mai, subisce e rimugina. La moglie lo tradisce e lascia fare, poi quando è lui a "tradirla" è preso da rimorsi, un nazionalista lo insulta e lui riesce solo a rispondergli verbalmente prima di fuggire, senza tirare in ballo il padre suicida (il dio padre?) e via dicendo. Dell'ebraismo (come campo semantico si intende, non si fa del razzismo!) Bloom porta con sè in qualche modo il sistema di valori, cioè quella relazione debitore-creditore su cui nietzsche ha con sagacia fondato tutta la morale del senso di colpa e del dovere, è rinomato d'altronde che gli ebrei sono commercianti e anche bloom lo è praticamente (quando cerca i soldi per l'annuncio ecc), che rimanda anche a tutta la questione del capitalismo e della schizofrenia (o più banalmente al sadomasochismo dei rapporti di potere) caro a tanti autori (due per tutti: Pasolini e Deleuze).
All'opposto c'è il mito greco, ovviamente rappresentato dalla base omerica (ulisse, l'astuzia, declinazione attiva della passività del rimuginatore) e da figure come quelle di Mulligan, se vogliamo usare altre parole nietzschiane è una sfida fra apollineo (ebraismo/cristianesimo/morale/commercio) e dionisaco (ellenismo/arte). Una immersione nel dionisiaco in particolare è il lungo capitolo di Circe, del bordello, dove succede di tutto e in qualche modo si svolge un passaggio fondamentale verso il "divenire ulisse" di bloom, dopo questo culmine del viaggio resta solo in nostos, il ritorno a casa, e la chiusura della giornata col monologo "della rassegnazione" della moglie che si conclude in un reiterarsi di affermazioni: "yes", sorta di Amor Fati del ritorno/nostos, dell'eterno ritorno.
Insomma tirando un po' di fila e senza farla lunga, è un percorso, un percorso tanto giornaliero e ordinario quanto straordinario, che si allude si ripete ogni giorno, ogni anno, ogni vita. Lo stesso Joyce ha infatti anche fatto circolare delle tabelle in cui ogni capitolo rimanda ad un organo, una disciplina, un colore, uno stile. E qui viene forse la parte più interessante, che è anche il trait d'union con il successivo Finnegans' Wake. L'intero libro infatti si presenta mi pare come un corpo, un vivente, un corpo ancora con degli organi (i capitoli, la sintassi), emerge quindi al di sopra dei personaggi, delle storielle, dei contenuti, delle filosofie, un vero e proprio mondo organico, e una realtà pre-individuale di forze, carne e pensieri, conscio e inconscio. Quello che conta è il processo, il viaggio, la vita come "macchina desiderante", come caosmos dionisiaco.

Da qui a Finnegans' Wake il passo è breve, c'è solo da sciogliere ulteriormente nel destrutturato inconscio e carnale, della sensazione, la storiella. Fondamentale diventa allora il significante, più che il significato che manca sempre, è sempre "mancante" e fa pesare la sua assenza che è in verità una ridondanza, un eccesso: di significati ce nè in verità troppi, ogni significante (parola, serie di parole) rimanda ad un proliferare di interpretazioni e di rimandi semantici, dove viene a mancare proprio il "rapporto di potere" che li domini, anche sintattico, della lingua, non c'è più frase col suo verbo, soggetto, predicati, non c'è più personaggio con la sua personalità, mancano le appartenenze, manca ogni potere di possesso nel senso più vasto del problema. E' un'anarchia incoronata e un nomadismo delle singolarità preindividuali (delle parole-eventi prima della loro designazione strutturale) quale lo ha tratteggiato Gilles Deleuze in tanti saggi, una filosofia del divenire più puro, insensato, mai uguale a se stesso o ad altro (idea/modello). Ora sì siamo al corpo senza organi, al libro senza capitoli, immanenza totale dove non c'è barlume di apollineo, di forma possibile. Ma non è nemmeno il caso brutale, l'irrazionale romantico o schopenhaueriano, è invece un microcosmo caotico e diveniente, di intensità differenziali distribuite in maniere sempre cangiante. Nell'ulisse questo era già presagito nell'ultimo capitolo, che nello schema rappresenta "il grasso" (come non pensare a Bacon, alla carne che si libera dalla struttura scheletrica e dalla sua funzione fisiologica), nello stile è un monologo unico senza punteggiatura. Rimane la possibilità solo artistica di cogliere la Differenza che è alla base di ogni caosmo come distribuzione di singolarità a partire da un "problematico" e quindi di ogni funzione vitale (e di ogni organo differenziato e differenziante), come Joyce ha fatto con questa lingua tutta sfumature a sensi multipli, dove ogni parola riafferma la differenza delle possibili interpretazioni, senza chiudere mai la porta ai pretendenti proci per validare solo l'unico vero pretendente ulisse, riaffermando la mancanza come intensità e sorgente del problema e quindi riaffermando la vita come processo del puro divenire.

Ecco penso che qui Joyce traduca il miglior nietzsche, che non è quello della genealogia della morale, dell'anticristo troppo umano, delle invettive contro il debole e del filosofare a martellate, ma del nietzsche dei ditirambi di dioniso e dello zarathustra, il nietzsche che si è depurato di tutta l'infatuazione illuminista e si è fatto veramente oltre il moderno: postumo. L'eterno ritorno e la volontà di potenza sono qui espressi nella loro essenza più cristallina e attiva, veramente al di là del bene e del male, come metafore di un mondo della ripetizione e della differenza.
Ho finito!


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Kuoros
messagio Jun 10 2009, 11:00 PM
Messaggio #2


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Ho visto solo ora questo topic!!
Grazie mille!! smile.gifsmile.gifsmile.gif
Ora non mi resta che comprenderlo bene e poi tradurlo in inglese, non sarà semplice visto che si parla di filosofia.
Se vuoi firmarlo, come ho già scritto nell'altro post, poiché andrò ad esporre queste idee all'esame, le cito come tue.
In ogni caso ti rinnovo la domanda che ti ho posto anche in un altro post:
CITAZIONE
In ogni caso, per inglese, da Ulixes è difficile prescindere, per cui, nel caso, potrei trattare il dionisiaco sia nell'Ulisse sia nel Finnegans Wake. Così faccio anche un confronto tra i due testi.
Se mi dici quali sono i passi che devo guardare, scrivo un'analisi di essi io riferendomi agli influssi nietzscheani e poi mi dici che te ne pare
Così abbiamo più materiale e posso dare anche io un contributo alla discussione.

L'Ulisse lo leggerò tutto, se hai qualche passo da consigliarmi invece del Finnegans Wake... smile.gif
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Sgubonius
messagio Jun 11 2009, 04:00 PM
Messaggio #3


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CITAZIONE(Kuoros @ Jun 11 2009, 12:00 AM) *
Ora non mi resta che comprenderlo bene e poi tradurlo in inglese, non sarà semplice visto che si parla di filosofia.
Se vuoi firmarlo, come ho già scritto nell'altro post, poiché andrò ad esporre queste idee all'esame, le cito come tue.
In ogni caso ti rinnovo la domanda che ti ho posto anche in un altro post:

L'Ulisse lo leggerò tutto, se hai qualche passo da consigliarmi invece del Finnegans Wake... smile.gif


Beh io in verità sono un po' fissato con Deleuze quindi ci ho buttato dentro soprattutto delle idee del pensatore francese (che ritengo essere il miglior lettore di nietzsche) ma per portarlo all'esame credo che convenga semplificare le cose e limitarsi alle affnità nell'opposizione alla morale e nell'elogio della forza creativa dell'artista, soprattutto come forza "potenziale", che si traduce in un linguaggio mai fissato ma sempre pieno di divergenze e possibilità/potenze diverse, e quindi il sottrarsi da ogni componente di potere che invece fissa le distribuzioni di valori e le mantiene (morale, sintattica, logica, buon senso, ecc...) paralizzando la potenzialità creativa nella macchinazione scientifica ed economica (qui c'è anche una certa affinità con Heidegger ma si complicherebbe ulteriormente la faccenda!). Evita insomma i termini tecnici deleuziani di cui ho abusato io (nomadismo, singolarità, distribuzione, corpo senza organi, macchina desiderante e via dicendo) e cerca di trovare una spiegazione più piatta che sia intuitiva e traducibile senza svenarsi.
Insomma probabilmente ti conviene vedere tu cosa prendere e cosa no, leggendo tu stesso l'ulisse (se fai in tempo!) e vedendo un po' cosa ti stimola in merito. Sicuramente in caso ti mancasse tempo ti consiglio di leggere la parte del bordello (capito quartultimo mi pare) e magari quella fra le vie di Dublino, oltre che la fine.

Per Finnegans Wake invece davvero direi quasi che un pezzo vale l'altro, tanto è un ciclo continuo! Ovviamente poi ci sono alcuni brani più brillanti in cui questa anarchia linguistica del significato sempre spostato/mancante/eccedente si vede di più. Poi cercherò qualche passo simile, purtroppo io non possiedo alcun libro perchè li prendo tutti in prestito in biblioteca e devo guardare su internet che non è il massimo.

(per la firma non preoccuparti, tanto non si è autori di niente!)


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Sgubonius
messagio Jun 12 2009, 09:59 PM
Messaggio #4


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Sottopongo un po' di passaggi (scelti in modo molto casuale fra quelli considerati in genere i più belli) di Finnegans' Wake, il lavoro qui è più di semiotica (Eco ha lavorato molto su questi testi, fallendo però nel tentativo assurdo di tradurli) che filosofia. Però è proprio dall'analisi linguistica che forse si può capire meglio cosa si intende con tutti quei concetti astratti che ho citato, soprattutto l'idea di "opera aperta" (come la chiama Eco), cioè di un significante mai chiuso da un unico significato ma proliferante in serie mai definitive e realizzate, sempre virtuali ed in potenza, soluzioni di un problema irrisolto.

Iniziamo dalla fine/inizio (dove c'è lo slash è la divisione nel testo):
<< End here. Us then. Finn, again! Take. Bussoftlhee, mememormee! Till thousandsthee. Lps. The keys to. Given! A way a lone a last a loved a long the / riverrun, past Eve and Adam's, from swerve of shore to bend of bay, brings us by a commodius vicus of recirculation back to Howth Castle and Environs. >>

Sono poche parole, quasi tutte molto brevi e scandite, ritmiche, e subito si vede come il suono conti più del senso (a way a lone a last a loved a long) così come le affinità e i richiami. "Riverrun" è la composizione di river+run, fiume e corsa, ma contemporaneamente in italiano "riverrann" suona come la terza persona del futuro di rivenire (il fiume per l'appunto dell'eterno ritorno eracliteo). Non bastasse c'è la "vicus of recirculation" che rimanda tanto al ricorso storico di Giambattista Vico (Eve and Adam's come HCE, richiamato nelle iniziali di "Howth Castle and Environs, e ALP protagonisti del libro) quanto al circolo vizioso o a quello sanguigno (come anche nell'Ulisse). Poi ci sono i giochi di parole come "the keys to. Given!" anzichè le keys to heaven di san pietro. Insomma è un gran casino, dove contano le distribuzioni di significanti senza gerarchia, ogni parola si collega con le precedenti o le successive a turno, richiamando musicalmente o semanticamente dei temi (principalmente due: quello del ritorno e quello del matrimonio come amor fati - sì alla vita, l'ancorarsi al fiume del molteplice scorrendo con esso).

***

<< In the name of Annah the Allmaziful, the Everliving, the Bringer of Plurabilities, haloed be her eve, her singtime sung, her
rill be run, unhemmed as it is uneven! Her untitled mamafesta memorialising the Mosthighest has gone by many names at disjointed times. Thus we hear of [...] >>


L'inizio di uno dei pezzi più celebri (inizio dell'ottavo capitoletto del primo libro mi pare) del libro, dove viene presentato il personaggio di ALP (Anna Livia Plurabelle). Prima prende in prestito un verso tipico del corano (in the name of Allah, the merciful, the compassionate), poi gioca su allmighty (onnipotente) e maze (labirinto) in un calembour intraducibile (onnilabirintica?!?), tornando a frequentare l'eternità del ritorno (everliving) e il mondo del molteplice (plurabilities), infine tira in ballo il "sia fatto il tuo nome" del padre nostro ("Hallowed be Thy name", poi ancora "unhemmed as it is uneven" al posto di "on Earth as it is in Heaven", ribaltando cielo in ingiusto) mischiando insieme la "All Hallow's Eve" di Halloween e l'Eva (Eve, che ricorre in ben 3 parole: everliving, eve, uneven) che avevamo già visto essere corrispettivo archetipo di ALP. Nella frase dopo tira in mezzo anche l'Amleto di Shakespeare e il suo "time out of joint" (tempo fuori dai cardini) in disjointed times. Questa divinità terrestre/fluviale viene poi presentata con una lista enorme di nomi tutti diversi, reincarnazioni in fiumi del mondo della stessa essenza. Come nell'ulisse il personaggio femminile rappresenta ancora la salvezza possibile, qui attraverso una lettera che scagionerebbe HCE in un processo per un qualche senso di colpa non meglio precisato (in ogni caso il senso filosofico è evidente in chiave nietzschiana: l'innocenza del divenire-fiume e il sigillo anulare dell'eterno ritorno come medicine contro la morale del risentimento e contro ogni tribunale platonico dell'idea).

***

<< He married his markets, cheap by foul, I know, like any Etrurian Catholic Heathen, in their pinky limony creamy birnies and their turkiss indienne mauves. But at milkidmass who was the spouse? Then all that was was fair. Tys Elvenland ! Teems of times and happy returns. The seim anew. Ordovico or viricordo. Anna was, Livia is, Plurabelle's to be. Northmen's thing made southfolk's place but howmulty plurators made eachone in person? Latin me that, my trinity scholard, out of eure sanscreed into oure eryan! Hircus Civis Eblanensis! He had buckgoat paps on him, soft ones for orphans. Ho, Lord ! Twins of his bosom. Lord
save us! And ho! Hey? What all men. Hot? His tittering daughters of. Whawk?
Can't hear with the waters of. The chittering waters of. Flittering bats, fieldmice bawk talk. Ho! Are you not gone ahome? What Thom Malone? Can't hear with bawk of bats, all thim liffeying waters of. Ho, talk save us! My foos won't moos. I feel as old as yonder elm. A tale told of Shaun or Shem? All Livia's daughtersons. Dark hawks hear us. Night! Night! My ho head halls. I feel as heavy as yonder stone. Tell me of John or Shaun? Who were Shem and Shaun the living sons or daughters of? Night now! Tell me, tell me, tell me, elm! Night night! Telmetale of stem or stone. Beside the rivering waters of, hitherandthithering waters
of. Night! >>


I soliti giochi di parole (seim è un fiume russo e same=stesso) e doppi/tripli sensi (sanscreed come sanscrito ma anche come sans-creed, senza fede in un misto di francese e inglese), gli spostamenti onirici (da HCE acrosticizzato in maniere diverse ai colori dell'arcobaleno tutti parafrasati da pinky a mauves), gli happy returns, ordovico e viricordo, e ALP come scorrere del tempo, tutte cose che abbiamo già visto. In più si ritrova ancora la musicalità delle allitterazioni e delle rime/assonanze di cui pullula il testo. Qui poi si introducono anche i due gemelli Shaun e Shem (ebrei ovviamente!) che tentano di soppiantare il padre come protagonisti nella storia (classico edipico) e che sono qui accompagnati da una serie di parole attinenti al seno (paps, bosom, tittering) che nutre i figli (tipo lupa con Romolo e Remo). Mentre la notte avanza (tutto il libro è un sogno di HCE) tutto si fa più caotico e onirico, buio e indecifrabile, e le due due lavandaie che stavano spettegolando sul protagonista e su sua moglie, lavando i panni nel fiume (ricorrono vari nomi di fiumi, Liffey, quello di Dublino, Moose, ...) si trasformano in una pietra e un albero (stem e stone, analoghi a Shem and Shaun). C'è ancora questo gioco delle maschere (significanti) che si spostano di continuo, simboli sovrapposti a simboli, maschere a maschere, volti non ce n'è mai come nell'attività onirica o più in generale nella vita subconscia delle macchine desideranti e solo dopo pensanti.

***

Altri pezzetti tanto per:

<< Hohohoho, Mister Finn, you're going to be Mister Finnagain! Comeday morm and, O, you're vine! Sendday's eve and, ah, you're vinegar! Hahahaha, Mister Funn, you're going to be fined again! >>

<< What has gone? How it ends? Begin to forget it.
It will remember itself from every sides, with all gestures, in each our word. Today's truth, tomorrow's trend. Forget, remember! Have we cherished expectations? Are we for liberty of perusiveness? Whyafter what forewhere? A plainplanned liffeyism assemblements Eblania's conglomerate horde. By dim delty Deva. Forget!
Our wholemole millwheeling vicociclometer, a tetradomational gazebocroticon (the "Mamma Lujah" known to every schoolboy scandaller, be he Matty, Marky, Lukey or John-aDonk), autokinatonetically preprovided with a clappercoupling smeltingworks exprogressive process, (for the farmer, his son and their homely codes, known as eggburst, eggblend, eggburial and hatch-as-hatch can) receives through a portal vein the dialytically separated elements of precedent decomposition for the verypetpurpose of subsequent recombination so that the heroticisms, catastrophes and eccentricities transmitted by the ancient legacy of the past; type by tope, letter from litter, word at ward, with sendence of sundance, since the days of Plooney and Columcellas when Giacinta, Pervenche and Margaret swayed over the all-too-ghoulish and illyrical and innumantic in our mutter nation, all, anastomosically assimilated and preteridentified paraidiotically, in fact, the sameold gamebold adomic structure of our
Finnius the old One, as highly charged with electrons as hophazards can effective it, may be there for you, Cockalooralooraloomenos, when cup, platter and pot come piping hot, as sure as herself pits hen to paper and there's scribings scrawled on eggs.
Of cause, so! And in effect, as?>>


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Kuoros
messagio Jul 5 2009, 09:49 PM
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Traduzione un po' approssimativa e molto (ma molto!) semplificata, però dovrebbe andare bene.
Considerando che ho l'esame domani mattina, tra meno di dodici ore, dire che non c'è neppure il tempo per rivederla.
In ogni caso, se può essere utile a qualcuno wink.gif

JAMES JOYCE AND THE DIONYSIAN SPIRIT

James Joyce knew the Nietzsche’s philosophy in the 1902 through Yeats. Three years after, in a story (A painful case) the protagonist put on the desk the book “Thus spoke Zarathustra” and “The gay science”.
In a letter, moreover, he calls himself over-man.

In Joyce there are a lot of ideas of the Nietzsche’s philosophy.
Since his first stories, the idea of epiphany that embezzles the characters from paralysis of Dublin is similar to the speech of “On the Genealogy of Morality”: in both of them there is a vital energy paralyzed by the Christian ethic. In particulary on “The Dead”, the last story of the Dublineers, in which the dead men are the living men.
Nietzsche in “The Gay science” talks about a extraordinary moment about the eternal return and in Dubliners there is a song that talks about a sacrifice of a lover caused by a love: in this Dionysian moment there is a poetic force, a living force, that is the same of Nietzsche’s speech.

In Ulysses, Buck Mulligan uses the word “hyperborean” that is used by Nietzsche to indicate the Ubermensch, after he uses “super man” and, at last, “thus spake Zarathustra”.
Bloom is a jew and you know how Nietzsche thinks about this race… That is the origin of the moral and of the resentment.
In effect Bloom is not a Super-man, he is a suffered man, he doesn’t do, he is not an hero, his wife betrays him and for him there are no problem, but when he betrays her, he has a lot of moral thoughts.
He is the typical jew of Nietzsche’s book.
The opposite is the greek myth of Homer (Ulysses, the cleverness, the ideal) and it is represented by Mulligan; in effect there is a match between the Dionysian spirit (the art, the Hellenism) and the Apollonian Spirit (the moral, the commerce, the Judaism).
An immersion of Dionysian spirit is the chapter of the brothel, in which happens a lot of situations, and, after that, remain only the nostos, the return, and the closing monologue of Molly, in which she says “yes, yes, yes” (the last words are: yes I said yes I want yes, a sort of amor fati of the nostos and the eternal return)
In Finnegan’s wake there is also the unconscious element and the sensations.
Each words can be interpreted in an infinite way. It’s an anarchy and it represent the Dionysian life, the “Will to power” as a powerful vital energy that it can’t closed in a Apollonian form. It’s the energy of the artistic creation.
This caotic microcosm represent the “becoming”, the dynamic aspect of life.

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Sgubonius
messagio Jul 6 2009, 01:41 AM
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Ci starebbero un po' di errori di inglese!!! Però ormai è tardi temo.
Buona fortuna per l'esame. wink.gif

PS: non resisto alle pignolerie, in effetti avevo scritto che c'è una correlazione fra apollineo e giudaismo, oddio la cosa andrebbe un po' distinta nel senso che l'apollineo della NdT è comunque profondamente greco. Solo quando Nietzsche si schiarisce le idee a mio parere traspone quelle categorie apollinee in ambiti non solo estetici ma anche etici (morale) e per così dire ontologici. Il commercio in sè non è una cosa molto "apollinea" per esempio, però l'economia più in generale (intesa come la conservazione delle forze, l'investimento, la crescita del patrimonio) è un fenomeno profondamente anti-dionisiaco (il dionisiaco è la dispersione in spasimo del sogno o del delirio).


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Sgubonius
messagio Nov 9 2009, 05:48 AM
Messaggio #7


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Contributi da Differenza e Ripetizione (che fantasia che ho...) di Gilles Deleuze:

<< si tratta sempre [in Joyce] di mettere insieme un massimo di serie disparate (al limite, tutte le serie divergenti costitutive del cosmo), facendo funzionare dei precursori bui linguistici (qui parole esoteriche, parole polisemiche), che non si fondano su alcuna identità precedente, che non sono soprattutto "identificabili" in linea di principio, ma inducono un massimo di somiglianza e d'identità nell'insieme del sistema, e come risultato del processo di differenziazione della differenza in sé (cfr. la lettera cosmica di Finnegan's Wake). Quanto accade nel sistema tra serie risonanti sotto l'azione del precursore buio, prende il nome di "epifania". L'estensione cosmica fa tutt'uno con l'ampiezza di un movimento forzato, che spazza via e oltrepassa le serie: Istinto di morte in ultima istanza, "no" di Stephen che non è il non-essere del negativo, ma il (non)-essere di una domanda persistente, a cui corrisponde senza rispondervi il Sì cosmico di Mrs. Bloom, in quanto solo lo occupa e lo riempie adeguatamente. >>


<< L’eterno ritorno si riferisce a un mondo di differenze implicate le une nelle altre, a un mondo complicato, senza identità, propriamente caotico. Joyce presentava il vicus of recirculation come facente girare un chaosmos; e Nietzsche diceva che il caos e l’eterno ritorno non erano due cose distinte, ma una sola e stessa affermazione. Il mondo non è né finito né infinito, come nella rappresentazione, ma è compiuto e illimitato. L’eterno ritorno è l’illimitato dello stesso compiuto, l’essere univoco che si dice della differenza. >>


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Colui che ha ...
messagio Dec 18 2009, 12:23 AM
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non dico molto su Joyce e Nietzsche; ma ecco un autore che a me non è mai piaciuto.


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At nihilominus sentimus experimurque, nos aeternos esse.
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Sgubonius
messagio Dec 18 2009, 02:46 AM
Messaggio #9


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CITAZIONE(Colui che ha trovato @ Dec 18 2009, 12:23 AM) *
non dico molto su Joyce e Nietzsche; ma ecco un autore che a me non è mai piaciuto.


Come mai?

Io penso che letto in italiano si perda quasi tutto (soprattutto per Finnegans' Wake), potrebbe essere quello forse. In fondo il meglio sta proprio fra le parole stesse, lontano dal senso della frase o del testo che a volte manco c'è. E' veramente una lotta continua col non-senso a cui si è chiamati da lettori, attivamente, a fabbricare il senso interno, locale. Il cambio di lingua spesso privilegia l'intero (hegelianamente!) e perde per strada delle divergenze fondamentali.
L'Ulisse per esempio lo lessi in italiano e devo dire che fino all'ultimo non mi colpì molto (poi il finale è straordinario in tutte le lingue, anche se pure qui nell'originale c'è un ritmo serrato e musicale che si perde in qualsivoglia traduzione).


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