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> VALORI IN VIA D’ESTINZIONE DELLA CIVILTA’ EUROPEA., Nietzsche: Katechon o Anticristo?
Mauro
messagio Feb 8 2011, 08:28 AM
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[font="Verdana"]NIETZSCHE: KATECHON O ANTICRISTO?


http://img823.imageshack.us/img823/7558/anticristo.jpg

Nella storia della nostra civiltà europea, c’è sempre stato un conflitto dinamico tra due concetti derivati dall’eredità cristiana/platonica: il KATECHON e l’ANTICRISTO.
Per San Paolo, nella seconda Lettera ai Tessalonicesi (2,6-7) il katechon era ciò che trattiene l’Anticristo dal manifestarsi pienamente.
L’Anticristo era ANOMOS, la progressiva svalutazione senza nome di tutti i valori.
Ecco come Anomos sta prendendo il controllo dell’umanità.

Con l’affermazione della globalizzazione e della cultura digitale, molti intellettuali hanno ribattezzato il nostro tempo “ la fine della Storia”.
Il mercato globale ha sostituito i valori d’uso con i valori di scambio, è tutto è diventato utilizzabile, manipolabile, convertibile e permutabile in denaro.
Tra i valori d’uso c’erano i princìpi della nostra civiltà europea, che sono in rapida via d’estinzione come le tigri o i panda.
E inutile che io sottolinei che per fine della civiltà europea non intendo l’Apocalisse, la fine del mondo. Lascio queste fantasie horror a Stephen King e alle Cassandre stile fiction televisiva.
Intendo una mutazione antropologica che cambierà il nostro stile di vita e che pervertirà per sempre la sua qualità.
Con la fine della civiltà europea l’umanità continuerà senza problemi a riempirsi la panza, fino a quando il consumo totale delle risorse terrestri sarà possibile.
Non risulta per adesso che dalla Luna o da Marte arrivino molte forme di energie combustibili ed edibili.
Eccovi, per la riflessione, una rassegna di valori occidentali quasi estinti:

LA GIUSTIZIA: vien quasi da ridere a pronunciarla, c’è sempre qualcuno che è più uguale e giusto degli altri, lo sapete bene.

LA DEMOCRAZIA: unire le proprie individualità per il bene comune, l’Agorà.
I Greci la inventarono prima per le loro litigiose città, e poi fecero il capolavoro di usarla uniti contro i barbari Persiani, cortigiani idolatri dell’oro e del Grande Re Serse.
La democrazia guerriera dei gloriosi spartani e quella del libero pensiero di Atene;
Maratona, le Termopili, Salamina e infine Platea.
Se pensiamo ai nostri padri fondatori, noi siamo dei miserabili che vanno a comando, come pecore idiote, a infilare in uno scatolone un pezzo di carta con scritto il nome di uno sconosciuto che ci rovinerà il fegato e la vita per molti anni.
Nell’Agorà democratica, c’era anche il mercato che i nostri padri consideravano solo un passatempo per innocui furfanti, pigri e ignoranti, che non amavano le fatiche degli studi e della vita militare.
Gli Spartani, infatti, li consideravano degli schiavi.

Ora il Mercato globale s’è divorato la democrazia.

L’ETICA. Anche il non fare ad un altro quello che non si vorrebbe lui facesse a noi, se l’è mangiato il Mercato.
Il fare profitto è il proseguimento della guerra con altri mezzi, questa è l’unica morale dei nostri tempi.
Gli antichi romani, i primi globalizzatori della nostra civiltà, con la loro cesariana capacità di sintesi, chiosavano:
“ Mors tua, vita mea.”
“Homo sine pecunia est imago mortis”.
L’essere umano senza bancomat è l’immagine stessa della morte.

L’AUTORITA’, da non confondersi con l’autoritarismo.
Un principio derivato dall’etica e che si può definire anche meritocrazia.
Un tempo quelle persone che si distinguevano per capacità, talento, umiltà, disponibilità, abnegazione, esperienza, venivano ascoltate in famiglia o nella società.
Ora se non hanno dei bei soldi in tasca, non valgono nulla.

IL DUBBIO METODICO E SCIENTIFICO.
Altra eredità degli antichi Greci: il dubbio è la forza della ragione perché apre le possibilità, due o più, che analizzate, permetteranno di escluderle tutte eccetto una soltanto, quella che risponde ai requisiti della ragione.
Ora invece siamo dominati dalla logica binaria dei computer, dove non esiste il dubbio sistematico, ma tutto si riduce a una scelta: yes o not, clicca sì o clicca no.
Lo vediamo anche dall’aumento del fanatismo religioso e politico.
Dopo l’11 settembre le persone, manipolate da nuove e invisibili forme di propaganda non cambiano idea su un leader che hanno votato, nemmeno se costui gli violenta la figlia.
E infine, cosa c’è di più irrazionale di un mercato globale che insegue un aumento del fatturato infinito, senza limiti?
Cosa c’è di più assurdo di un Profitto che non ha né regole né riferimento alla maggioranza dell’umanità?
Una macchina illogica di morte in mano a pochi Agenti dell’Alta Finanza, cannibali, irresponsabili e sordi ad ogni sofferenza umana.
Privati d’ogni forma di dubbio, ignari persino del più banale principio di non-contraddizione.

DIO O GLI DEI.
L’uomo non riconosce più niente di esterno a sé, anche se la nascita e la morte continuano a non appartenergli, perché lui stesso vuole farsi Dio o pluralità di Dei.
I risultati non tarderanno ad arrivare.

LA BELLEZZA.
In un mondo dove ogni persona ridotta a cosa può essere scambiata e utilizzata è tutto brutto, laido e massificato.

L’AGAPE.
Gemma del retaggio cristiano, l’amore disinteressato, l’amore umano di Gesù che perdona sulla croce i suoi torturatori con forza Sovrumana, Divina; la sua pietà per il ladro commosso dal suo dolore e che si porta gratuitamente in Paradiso; l’amore che non s’insegna, non si predica, ma soltanto si vive.
L’Agape non è una filosofia, una teoria ma è civiltà dell’agire, del cambiare se stessi, del tendere verso il mio prossimo, senza il quale il mio volto non ha nessuna cornice, nessun riflesso.
L’amore è la più bella esperienza umana, un atto di fede in cui uno mette la propria vita nelle braccia di un altro e vi si affida senza poter dimostrare che quella scelta è la più opportuna, può solo ammettere che quella via è l’unica giusta e sente che è un miracolo inspiegabile, contro ogni previsione, ogni calcolo, ogni dimostrazione matematica.

Questo sarà l’ultimo valore umano a sparire, e quando svanirà, solo allora sarà veramente il tempo dell’Anticristo.


Alla fine di questa mia breve storia del nichilismo di ANOMOS, sostengo che Nietzsche non fosse un alleato dell’Anticristo, ma un Antecristo, un aiutante del katechon, perché critico della modernità atea e illuminista e preparatore di un nuovo senso religioso.
Nietzsche ci ha lasciato tante pagine intrise di nostalgia per l’Assoluto, di un desiderio struggente di rifondare il naturale istinto alla venerazione dell’uomo e voleva liberare la follia di Gesù dall’asfissiante catechesi di San Paolo.
Chi meglio di lui ci ha fatto tabula rasa dei valori di questa modernità nichilista, dove al senso del nostro destino si è sostituito il progresso illimitato, dove alla devozione si è messa la tecnica, dove al posto della vitalità eternamente ritornante ci si prostra a idoli materiali?

L'esistenza di Nietzsche fu la vita di un profeta, di un animatore di venerazione, di un propagatore di passione per le idee e la vita.
Basta con questo luogo comune dell’Anticristo.
Nietzsche fu l’Antecristo, un ausiliario del katechon.[/font]
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Sgubonius
messagio Feb 12 2011, 09:34 PM
Messaggio #2


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Mai letto Cacciari?


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Mauro
messagio Feb 14 2011, 09:54 AM
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Mauro
messagio Feb 14 2011, 09:55 AM
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CITAZIONE(Sgubonius @ Feb 12 2011, 09:34 PM) *
Mai letto Cacciari?


Caro Sgub,
un piacerone risentirti! TUtto bene?[/font][/size]
Di CAcciari ho letto "Krisis", ma ti devo dire che è un autore che trovo ostico e mi dà spesso l'impressione di non sapere di quello che sta arzigogolando, è solo un'impressione, ovviamente.
Me lo citi, forse per ricordare un'antica polemica tra il Blondet e CAcciari sul katechon, in quel frizzante volumetto "Gli Adelphi della dissoluzione" dell 1994, doce c'è una visione di Nietzsce alla Stephen King, a dir poco ridicola? Spero di no.
Chiarisco meglio l'intento del mio intervento, anch'esso forse romanzesco, ma sai che è è un pò il mio stile.

Un pesante luogo comune vuole Nietzsche come un anticristo, uno spirito totalmente irreligioso, mentre io sostengo che invece è un Antecristo, cioè il suo atteggiamento in generale è molto religioso.
Lui attacca un tipo di cristianesimo -prevalentemente cattolico- che si arrende di fronte al dolore e calunnia la vita.
Attacca l'antica dininità dell'ANtico Testamento, giustiziera della gioia.
Ma lui è un profeta, un sacerdote senza CHiesa, UN DIFENSORE DELLA GIOIA E DELL'ACCETTAZIONE DEL DOLORE CONNESSO.
Attraverso il dolore si giunge al divino - il dolore è alla base della vita essendo metamorfosi -, ma per NIetzsce il dio può essere una nuova gioia scoperta "DENTRO" la vita.
Dioniso certo, ma non potrebbe essere anche un altro Gesù nascosto dai riti e dalle falsificazioni?
In parole povere, il pensiero di Nietzsche può giustificare un cristianesimo non religioso e non calunniante la vita?

Spero che vorrai approfondire la questione in questi termini meno romanzeschi, in quanto sai quanto è prezioso per me il tuo istino di approfondimento.
Un grazie e un caro saluto, indimenticato amico.
[font="Verdana"][/font]
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Sgubonius
messagio Feb 15 2011, 01:41 PM
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Tu sai che una delle ultime cose scritte da Nietzsche, sull'orlo della demenza (?), è la frasetta "Dionysos oder der Gekreuzigte", Dioniso o il Crocefisso, con quella congiunzioncina disgiuntiva che è tutto un programma. Poco prima nei frammenti postumi aveva scritto che il crocefisso era pur sempre il "simbolo più sublime". Ecco Cacciari (che ha il difetto di autocompiacersi un po', ma in fondo le cose che deve dire le dice ed almeno un tempo era riuscito ad evidenziare dei problemi interessanti) ha analizzato, soprattutto nel libro Dell'Inizio, un certo rapporto fra il Cristo e la tragedia da una parte (questo già in Hegel e Schelling), ma anche per l'appunto quanto tu dicevi sul katechon paolino.

Usando l'ironia di Klossowski, si può dire che perché ci sia un AntiCristo ci deve essere anche un Cristo, e non è possibile pensare l'eterno ritorno senza il crocefisso. Quindi concorderei su tutto il discorso che fai, grosso modo, troppo spesso a guidare Nietzsche nelle sue critiche al cristianesimo è una presa di posizione (odio se non risentimento) personale. Tuttavia ti invitavo a ripensare a Cacciari per quanto riguarda il rapporto disgiuntivo e quello oppositivo (tipicamente Hegeliano) fra Cristo/Crocefisso e Anticristo/Dioniso.
Ovvero: un Anticristo non fa (di fatto) che lavorare per il Regno di Dio, come l'antitesi hegeliana, accelerando il suo arrivo, mentre il katechon, tutto ciò che è "kat-echon", cioè trattenimento, lo rallenta, entrambe le cose cioè esprimono una nostalgia dell'Inizio (o della Fine) che è il vero ostacolo all'accettazione dell'eterno ritorno (che è invece il mozzare la testa, o la coda, del serpente). Qui la cosa si fa complicatina, però diciamo che intanto il disgiuntivo "o-o" si evidenzia come il campo proprio della "differenza" non oppositiva (hegeliana-dialettica), e quindi come la premessa per uscire, con l'accettazione, da quell'ossessione per il perfectum, sia esso iniziale o finale, sia esso bigotto o brutalmente ateo.

Per semplificare, si potrebbe parlare di etica e di morale (è in Nietzsche stesso che c'è questo slittamento fra i termini: l'eterno ritorno e la vdp sono un'etica, non molto diversa da quella di Spinoza, che punta proprio a prescindere dalla morale). Tanto Dioniso quanto il Crocefisso contribuiscono all'etica, non in una sintesi Hegeliana, ma nella differenza fondamentale dell'o-o, dell'insintetizzabile. Morale è invece proprio tutto ciò che è katechon, tutto ciò che è paolino più che cristiano, che trattiene dalla hybris dell'ubermensch, dal portare la differenza alle sue estreme conseguenze.


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Mauro
messagio Feb 15 2011, 05:52 PM
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Caro Sgubonius,
come sempre un nutriente ed esaudiente contributo il tuo.
Ho sempre pensato che Nietzsche sia un grande spirito religioso. La sua sfida della "morte di Dio" non è portata certo per propagare la vittoria del nichilismo, ma per fare in modo che l'istinto di venerazione, come lo chiamava, non calunni più il dolore e la vita al di quà.
Ad esempio il grande Dietrich Bonhoeffer, che si è confrontato da cristiano con NIetzsche scriveva: " Chi vive sulla terra con un piede nell'al di là, anche in Paradiso si sentirà incompleto, con un piede nell'al di quà".
Se ho interpretato bene il tuo come sempre profondo e splendido ragionamento, Nietzsche pone l'accento sull'importanza della libertà di scelta dell'uomo - o- o - e propone la liberazione della sua interiorità da tutte le catene metafisiche.
Oggi stiamo subendo, in Europa, un attacco alle nostre radici identitarie greche e cristiane da parte di una globalizzazione spersonalizzante che annienta tutti i valori d'uso, convertendoli in valori di scambio.
Non ti sembra che Nietzsche sia attualissimo, Sgub, nel suo cercare una sorta di cristianesimo non istituzionalizzato, senza CHiese, che abbia cercato di portare l'indipendenza del singolo cristiana nell'ambito della visione cosmica e ciclica della grecità?
In questo senso N. è stato veramente Europeo, nessun filosofo ha il senso del nostro svolgimento storico e della linfa che anima le nostre radici.
In sintesi Sgub, lo vedi possibile oggi un cristianesimo senza Chiesa, non religioso?
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Sgubonius
messagio Feb 16 2011, 02:52 AM
Messaggio #7


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Non credo di avere l'autoritas per risponderti! laugh.gif

Un appunto: il problema della disgiunzione o-o, di cui tratta fra l'altro anche Deleuze in Millepiani, è più "ontologico" che esistenzialistico, per usare una distinzione che ha avuto un certo sviluppo nel XX secolo. Ovvero non è tanto la scelta (difficilmente troverai in Nietzsche, soprattutto quello tardo, l'esaltazione della libertà e della scelta) che è in gioco, magari una scelta "autentica", che puzza di morale. Piuttosto l'o-o è la condizione di possibilità per un pensiero dell'irrisolvibile, di qualcosa che non si lascia accomunare da un concetto unico che salvi capre e cavoli, ma che determini una lacerazione tragico-dionisiaca. Da qui deriverà anche una certa libertà per una scelta che è quella dell'accettazione (non di ciò che si vuole, ma di ciò che si "può", lì sta la Volontà di Potenza), che ha però un carattere tutto particolare in quanto scelta limite, problematica e potenziale (cioè sempre a-venire, il che ciclicamente diventa poi un differire da e per sempre).
Non è auspicabile insomma un anarchismo o individualismo che si prestano troppo al risentimento, mezzo stirneriano e mezzo schopenhaueriano. Piuttosto l'accettazione ha la forma di una danza sulle strutture, sui valori, detta transvalutazione. Il fatto che una chiesa esista o meno, che sia più o meno meschina e simoniaca, credo faccia una differenza molto limitata. Anzi è più facile che magari si palesi lì un Raffaello. Sono ancora tutti da indagare questi rapporti complessi fra gruppo e singolo, accettazione e creazione, potere e potenza, in Nietzsche. E sempre si dovrà applicare la logica disgiuntiva di sopra che non dà nulla per scontato e non opta mai per uno dei due, li si accetta sempre nella loro disgiunzione e quindi differenza (spesso lui usa l'espressione "il pathos della distanza") e inconciliabilità.

Senza dubbio Nietzsche è profondamente europeo (troverai uno degli ultimi messaggi di questo forum dedicato proprio alla diatriba sulle influenze orientali in N.) ed è come dice Heidegger l'estrema sintesi del pensiero occidentale. Resta da capire se vogliamo fare come il succitato Martin, e promuovere l'ennesima nostalgia dell'inizio, del puro, dell'autentico, del valore d'uso come faceva Marx, oppure se vogliamo prendere atto che il nichilismo da buon minotauro va preso per le corna e mutato in attivo, abitante del labirinto circolare dell'orecchio, secondo le simbologie dei ditirambi di Dioniso (mentre col filo che tutto risolve non ci si può che impiccare). Anche la religione, come ogni "tecnica", è tipicamente una forma di nichilismo, una forma di volontà di potenza, e anche lì si tratterà di attivo (o x o y) e passivo (x contro y), né più né meno. Anche dalla globalizzazione, tipica espressione dell'uniformarsi tecnico e nullificante, bisogna trarre l'occasione per un passo di danza tragico e anzi è proprio nel leone che ci sono i germi del fanciullo.
Quindi quanto è deleterio (depotenziante) è sempre il katekein, il timoroso avanzare prudenti, col cordone ombelicale appeso all'origine, all'entrata del labirinto. Quanto è a-venire invece è sempre la sfida della disgiunzione che ritorna e non può che potenziare. Le radici identitarie sono pericolose, sono l'opposto di ogni danza, eppure anche il movimento repulsivo reattivo di strapparle in nome della libertà è solo una idealizzazione di altre radici e di altre origini. Semmai si deve fare in modo di riconquistarle, riaffermarle come un destino (leggasi come un avvenire), la danza miracolosa e ciclica sta tutta qui, in un fazzoletto, i "grandi eventi" non fanno baccano (e qui rimanderei in conclusione ancora a Deleuze, alla sua descrizione e spiegazione della "contro-effettuazione" nella Logica del Senso).


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Mauro
messagio Feb 16 2011, 08:23 AM
Messaggio #8


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Risposta formidabile, come al solito: ma quando lo scrivi un bel saggio su Nietzsche che le compro subito, non certo per consumismo?
Senti Sgub, mi è piaciuto da matti il concetto del prendere il toro per le corna e il non stare a diventare matti a segire il filo di Arianna! Mi fornisce delle risposte a livello intuitivo che mi richiedono tempo per essere ben assimilate; danza delle strutture, sulle strutture e senza strutture, affascinante...come sempre nel tuo pensiero c'è movimento, dinamismo, apertura, sì forte davvero, direbbe il puer aeternus che c'è in ognuno di noi.
Senti, mentre pondero bene questo grande intervento, mi piacerebbe, quando hai tempo e voglia eternamente ritornanti, se , in libertà, mi fornissi qualche tuo ragionamento sulla possibilità di un cristianesimo non metafisico, non fondamentalista, non istituzionale, in Europa, nell'epoca delal globalizzazione.
Grazei del tuo esserci.
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Sgubonius
messagio Feb 17 2011, 04:04 AM
Messaggio #9


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Esagerato, le immagini sono tutte in Nietzsche comunque, e sono state già scoperte e sviscerate da altri da cui io attingo, i saggi ci sono già.
Sulla possibilità di un cristianesimo non metafisico bisognerebbe aprire un simposio. Le idee di fondo sono quelle: attenzione al Cristo come figura di immanenza, cioè di incarnazione di Dio nel mondo e per il mondo, attenzione alla croce come figura tragica, implicata dall'incarnazione stessa, contro l'idea più idealistica del dolore come "mezzo", e quindi la resurrezione (nella carne?) non come un fine ma come un reinizio ciclico. Certo la tradizione cristiana non si è mai mossa su queste linee, è stata sempre marcata dall'escatologia e dal derivarne dottrine morali contrappassistiche.
Tuttavia come ti dicevo credo che l'importante in una religione sia la fedeltà in sé molto più di ciò in cui la si ripone. Il trascendentalismo che accompagna spesso la dottrina è frutto di una certa paradossale mancanza di fede ed eccesso di speranza (complesso il rapporto fra le due fra l'altro), per cui non si crede a "questo" mondo per averne in cambio un "altro". Fedeltà somma sarebbe forse il vivere anche perfettamente secondo dottrina (qualunque essa sia: l'amor fati non prevede calcolo di convenienza), ma con l'innocenza del fanciullo, con la leggerezza del danzatore, e non quindi con la logica del "lavoratore" (servo), per il quale tutto è una fatica in vista del miglior riposo.

Se leggi i grandi mistici troverai nel loro ascetismo più sovrabbondanza che privazione. Non ne vogliono più perché hanno avuto troppo, non barattano un sacrificio per un bene futuro e sperato, sanno perfettamente che nel loro mantenersi ad una certa distanza (vedi il discorso di prima) dal soddisfare c'è il segreto della potenza, cioè il vedere più lontano come dice N., transvalutare tanto da non valutare (=barattare) più: si sperpera sapendo che la ricchezza è nel donare, che non è l'elemosina, ma è il creare continuo. E basterebbe, lo dice sempre N. nella Gaia Scienza af.341 (quello dell'Eterno Ritorno), aver vissuto un momento sublime, tanto grande da giustificare all'infinito tutto il resto non con la cattiva coscienza del prezzo da pagare, ma con il sì entusiasta dei grandi tragici, che chiamano a vivere la lacerazione in quanto tale senza risoluzioni nirvaniche. Quando San Juan de la Cruz parla del "fuoco" non è in alcun modo un mistico orientale.

Molto più di questo non saprei dirti. Credo che in fondo davvero conti questa buona coscienza, questa innocenza, questa esaltazione tragica. Quello che si fa, ciò in cui si crede può al più aiutare o impedire questo stato estetico/mistico. Il cristianesimo pare avere più degli altri culti forse solo questa possibilità di ritrarsi dalla logica di cattiva coscienza (rarissima da trovare nei vangeli) in nome per l'appunto dell'incarnazione che sa il suo destino di dilaniamento. Più di tutto è da dimenticare tutta l'ideologia del paradiso come restituzione del debito (cfr. la genealogia della morale). Ma per l'appunto è scelta sulla "miglior menzogna", quella più potenziante, come lo stesso Nietzsche fa per esempio in arte quando predilige una Carmen ad un Parsifal.


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Mauro
messagio Feb 17 2011, 10:31 AM
Messaggio #10


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"Le idee di fondo sono quelle: attenzione al Cristo come figura di immanenza, cioè di incarnazione di Dio nel mondo e per il mondo, attenzione alla croce come figura tragica, implicata dall'incarnazione stessa, contro l'idea più idealistica del dolore come "mezzo", e quindi la resurrezione (nella carne?) non come un fine ma come un reinizio ciclico. Certo la tradizione cristiana non si è mai mossa su queste linee, è stata sempre marcata dall'escatologia e dal derivarne dottrine morali contrappassistiche."

Questo nucleo tematico incarna il mio lavoro di ricerca, bravissimo! Ottimamente espresso.
Per me Anastasis, resurrezione è sempre stato collegato alla kenosis, svuotamento.
Nel 2011 sappiamo ormai bene che quando qualcuno vuole venirmi a dire la VErità Ultima delle cose è perchè vuole mettermi sotto i piedi, vuole comandarmi per i suoi porci comodi.
Questa consapevolezza la dobbiamo a NIetzsche, il primo a insegnarcela

Ora, anch'io, capovolgendo il famoso detto di Ammonio "Amicus Plato, sed magis amica veritas, Mi è amico Platone, ma mi è più amica la verità," che è il motto di tutti gli autoritari, affermo: "sono curioso della VErità oggettiva, ma sono amico solo di GEsù."

Mi spiego meglio: quando conosciamo e interpretiamo qualcosa scegliamo sempre UNA PROSPETTIVA.

L'obiettività oggettiva è una bubbola degli scienziati e dei matematici: io non conosco niente se non mi interessa, ma se mi interessa è evidente che non lo guardo in modo disinteressato.
Quando ci arroghiamo la presunzione di essere obiettivi noi assumiamo in realtà una posizione definita, un punto divista che proprio perchè ci limita ci aiuta a comunicare con gli altri.
Ora grazie all'incarnazione e alla kenosis, svuotamento " mi incuriosiscono le cosidette verità assolute, ma essendo solo interpretazioni, preferisco essere amico di Gesù".

Può essere questo un atteggiamento corretto per un nuovo cristianesimo non metafisico e pertanto non fondamentalista?
Buona giornata Sgub
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Sgubonius
messagio Feb 17 2011, 03:32 PM
Messaggio #11


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Dostoevskij, che era autore molto amato da Nietzsche, scrisse in una lettera una cosetta che è poi una chiave di gran parte della sua poetica/etica oltre che riassumere quanto hai detto sopra: "se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità".

Esempi migliori di quelli che potrei farti io li trovi proprio in Dostoevskij.


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