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> E il Soggetto?
lae
messagio Sep 10 2007, 10:20 PM
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'' Il volgo separa il fulmine dal suo bagliore e ritiene quest'ultimo un fare, una produzione di un soggetto, [..] Ma un tale sostrato non esiste:non esiste alcun ''essere'' al di sotto del fare, dell'agire, del divenire; ''colui che fa'' non è che fittiziamente aggiunt al fare - il fare è tutto. Il volgo, in fondo, duplica il fare; allorchè vede il fulmine mandare un lampo, questo è un far fare: pone lo stesso evento prima come causa, e poi ancora una volta come effetto si essa.''

Questo passo è tratto da ''Genealogia della morale'' ed è indice esemplificativo della decostruzione, o meglio, della distruzione che Nietzsche compie sul soggetto. Il fatto che sia il soggetto a compiere un'azione è una ''credenza'', un pregiudizio che nasce dal nostro modo di comunicare attraverso il linguaggio verbale che grammaticalmente si configura in soggetto e predicato. Ma il linguaggio e quindi la grammatica è una ''sedimentazione'' storico-sociale, uno sviluppo volto alla comunicazione e credere che ''la realtà'' o, più precisamente, il nostro angolo di visuale, la nostra prospettiva rispecchi ontologicamente e nella sua essenza una struttura che altro non è che grammatica propria un particolare gruppo di individui, rappresenta per nietzsche un errore. Nella Gaia Scienza lo stesso procedimento verrà applicato anche agli stessi concetti di causa effetto che vengono bollati come pregiudizi nati dall'incapacità umana di cogliere la fluidità degli avvenimenti e quindi poterli descrivere solo grazie all'uso di questi concetti, che, come prima non hanno nulla a che fare con la struttura della realtà.
Ora il problema, partendo da queste posizioni, che mi sono posta è questo: venendo meno un soggetto che conosce, ma essendoci ''solo'' un atto del conoscere, l'azione del conoscere ''chi'' o ''cosa'' conosce o può conoscere (per Nietzsche è più corretto interpretare) e pur arrivando alla teoria delle prospettive non serve un interprete, un punto in cui convergano o che converga verso un qualcosa?
La mia conclusione - precaria, dopo averci pensato parecchio -è che quel punto, non è un punto, un soggetto, un Io, ma un movimento, un azione che muovendosi incessantemente plasma quello che conosce, nel momento in cui interpreta è esso stesso interpretazione.Al di là dell'atti dell'interpretare, del conoscere, dell'apprendere non c'è nulla, è come se l'atto nel suo compiersi divenisse il soggetto di se medesimo. Il fenomeno in sè non esiste, non c'è mondo da conoscere, esiste però l'atto del (voler)conoscere il mondo.(consapevoli che l'idea di Mondo concepito come insieme di fenomeni è falsa) Per questo la scienza -intesa in senso ampio come conoscenza e in senso attuale come scienza- nell'atto di conoscere, descrivere, cercare di spiegare il mondo lo plasma, lo crea ed è quindi intesa da Nietzsche come forma d'arte.
Ma c'è dell'altro e ci sto ancora riflettendo, perchè così mi pare manchi ancora qualcosa.
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NIHILO
messagio Sep 12 2007, 02:22 PM
Messaggio #2


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CITAZIONE(lae @ Sep 10 2007, 09:20 PM) *
'' Il volgo separa il fulmine dal suo bagliore e ritiene quest'ultimo un fare, una produzione di un soggetto, [..] Ma un tale sostrato non esiste:non esiste alcun ''essere'' al di sotto del fare, dell'agire, del divenire; ''colui che fa'' non è che fittiziamente aggiunt al fare - il fare è tutto. Il volgo, in fondo, duplica il fare; allorchè vede il fulmine mandare un lampo, questo è un far fare: pone lo stesso evento prima come causa, e poi ancora una volta come effetto si essa.''

Questo passo è tratto da ''Genealogia della morale'' ed è indice esemplificativo della decostruzione, o meglio, della distruzione che Nietzsche compie sul soggetto. Il fatto che sia il soggetto a compiere un'azione è una ''credenza'', un pregiudizio che nasce dal nostro modo di comunicare attraverso il linguaggio verbale che grammaticalmente si configura in soggetto e predicato. Ma il linguaggio e quindi la grammatica è una ''sedimentazione'' storico-sociale, uno sviluppo volto alla comunicazione e credere che ''la realtà'' o, più precisamente, il nostro angolo di visuale, la nostra prospettiva rispecchi ontologicamente e nella sua essenza una struttura che altro non è che grammatica propria un particolare gruppo di individui, rappresenta per nietzsche un errore. Nella Gaia Scienza lo stesso procedimento verrà applicato anche agli stessi concetti di causa effetto che vengono bollati come pregiudizi nati dall'incapacità umana di cogliere la fluidità degli avvenimenti e quindi poterli descrivere solo grazie all'uso di questi concetti, che, come prima non hanno nulla a che fare con la struttura della realtà.
Ora il problema, partendo da queste posizioni, che mi sono posta è questo: venendo meno un soggetto che conosce, ma essendoci ''solo'' un atto del conoscere, l'azione del conoscere ''chi'' o ''cosa'' conosce o può conoscere (per Nietzsche è più corretto interpretare) e pur arrivando alla teoria delle prospettive non serve un interprete, un punto in cui convergano o che converga verso un qualcosa?
La mia conclusione - precaria, dopo averci pensato parecchio -è che quel punto, non è un punto, un soggetto, un Io, ma un movimento, un azione che muovendosi incessantemente plasma quello che conosce, nel momento in cui interpreta è esso stesso interpretazione.Al di là dell'atti dell'interpretare, del conoscere, dell'apprendere non c'è nulla, è come se l'atto nel suo compiersi divenisse il soggetto di se medesimo. Il fenomeno in sè non esiste, non c'è mondo da conoscere, esiste però l'atto del (voler)conoscere il mondo.(consapevoli che l'idea di Mondo concepito come insieme di fenomeni è falsa) Per questo la scienza -intesa in senso ampio come conoscenza e in senso attuale come scienza- nell'atto di conoscere, descrivere, cercare di spiegare il mondo lo plasma, lo crea ed è quindi intesa da Nietzsche come forma d'arte.
Ma c'è dell'altro e ci sto ancora riflettendo, perchè così mi pare manchi ancora qualcosa.

Nietzsche nell'Anticristo ha detto che il cristianesimo sopravviverà finchè esisteranno
le grammatiche. Se non sbaglio egli ha espresso questo concetto per la prima volta in "Al di là del bene e del male".
Egli asserisce che la configurazione epistemica della filosofia che fa capo a Platone ed Aristotele, ma più marcatamente ad
Aristotele nella sua implicazione dottrinaria di ADAEQUATIO INTELLECTUS REI, cooptata e tramandata all'Occidente dalla Chiesa
nella forma della costruzione teologale tomistica, viene scossa fin nelle fondamenta dal genio di Cartesio, il quale fatidicamente
intuì che l'essere DIPENDE DAL PENSIERO che lo esprime e non, all'opposto, il pensiero si presenta come produzione del soggetto.
Io -soggetto- penso -predicato, il predicato è l'EXTENSIO del soggetto, e questo soggetto contiene l'Essere, rispecchia, pur soggiacendo
alla datità meramente empirica del PRINCIPIUM INDIVIDUATIONIS, la TOTALITA' DELL'ESSERE.
Cartesio scardina per sempre questa ipostasi, scorgendo nell'io il veicolo del pensiero.
In tal modo il -soggetto pensante- non SI ADEGUA, cioè non riproduce tramite le strutture grammaticali il mondo così com'è,
ma lo RAPPRESENTA, cioè lo SCAGLIA CONTRO SE' STESSO (VOR-, davanti, STELLEN, porre).
Non v'è più identità - A= A- tra soggetto e oggetto, ma solo contrapposizione -anche stavolta, la parola tedesca GEGENSTAND, cioè oggetto,
rende efficacemente il ragionamento, cioè lo descrive come qualcosa che ci sta contro, VERSUS- , e la rappresentazione è sempre unica ed irripetibile,
cioè coglie un QUANTUM di angolazioni, di sfumature, di dilatazioni, di tensioni, di gioco di forze e così via.
Cartesio era francese e latino, quindi un -anche se il termine non è proprio acconcio- un positivo, e volle creare un sistema
che ci facesse mettere d'accordo sul contenuto dele nostre rappresentazioni STRUTTURANDOLE secondo la bi-tri-dimensionalità
del suo sistema di assi: gli oggetti come sequenze di punti rapprensentabili come grandezze.
Così nacque la scienza moderna. Kant -e da questo punto procedo in modo assai sintetico, riservandomi di perfezionare
quanto ho scritto in successivi interventi- in definitiva ampliò e sistematizzò in una grande architettura teoretica questa
eccezionale scoperta cartesiana, ma dopo di lui vennero gli scettici inglesi, ma soprattutto Schopenhauer e Lange che portarono
questa opera di decostruzione sino alle sue estreme conseguenze.
Nietzsche, come tutti sappiamo, si inserì su questo solco, tenendo conto degli studi scientifici del gesuita croato BOSKOVIC
e di Ernst Mach, padre dell'empiriocriticismo.
DUNKEL SIND DIE WEGE DER GOTTLOSEN


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Joseph de Sil...
messagio Sep 12 2007, 05:59 PM
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Argomento di grande interesse, che richiederà certamente più di un intervento. Un breve excursus a partire dalle osservazioni di Nihilo: Cartesio capovolge, sì, la relazione oggetto-soggetto, ma resta ancora metafisicamente legato a questi due poli. Le prime mosse verso la dissoluzione dell’ “Io” sono individuabili invece nelle riflessioni di Locke e, dopo di lui, di Hume. Quello che Locke sospettò, ma da cui non ebbe l’ardire di trarre le logiche conseguenze, è che l’idea complessa di sostanza (e dunque a maggior ragione dell’ “Io” in quanto sostanza pensante) dipenda dal linguaggio (cfr. il Saggio sull’intelletto umano, libro II, cap. XXIII). Hume andrà fino in fondo, definendo l’ “Io” un “fascio di impressioni” (Trattato sulla natura umana, libro I). La crisi d’identità del soggetto trascina con sé ovviamente anche l’oggetto, suo corrispettivo. Kant, pur accogliendo in parte le critiche di Hume alla metafisica in campo gnoseologico, tenterà però di recuperarla in ambito morale (per cui Nietzsche dirà che, se nella Ragion Pura Kant si era svegliato dal suo sonno dogmatico, nella Ragion Pratica tornerà a dormire). Dopo Hegel e il suo grandioso tentativo di ricomprendere soggetto e oggetto entro la totalità infinita dello “Spirito”, e dopo Schopenhauer, la cui “Volontà” in fondo è un rovesciamento dello “Spirito” hegeliano, Nietzsche (lettore di Lange e Boscovich, ma anche di Spir e di Caspari) provvederà alla decostruzione – forse davvero una volta per tutte – della soggettività e dell’oggettività. Ma su questo magari in prossimi interventi.
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lae
messagio Oct 25 2007, 08:05 PM
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Ringrazio di cuore Nihilo e Joseph per le iniziali risposte a questo post che rappresenta uno dei punti cruciali della mia comprensione alla filosofia nicciana e mi scuso se non sono ancora riuscita a ritagliare un angolo di tempo per procedere nella trattazione dell'argomento.
Le ultime parole di Joseph ''provvederà alla decostruzione – forse davvero una volta per tutte – della soggettività e dell’oggettività'' trovo siano una delle manifestazioni del tentativo compiuto da Nietzsche di innervare la storia del pensiero umano di una componente unitaria, che abolisce la convenzione sedimentata a distinguere. Superare le distinzioni, i rigidi dualismi pilastri della storia del pensiero umano (siano esse sostanza-apparenza, fisica-metafisica, uomo-Dio, bene-male, causa - effetto) rappresenta forse un'eroica possibilità di riappropriarci di una dimensione che abbiamo perso, più fluida, spontanea e dirompente. Più problematica e meno dominabile, ma più affine alla natura originaria dell'uomo.
Mi riservo una trattazione più accademica con gli eventuali riferimenti a vari passi e le varie critiche che il filosofo muove al concetto soggetto.
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marduk
messagio Oct 26 2007, 10:22 PM
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Nell'attesa di approfondire l'argomento, vorrei aggiungere una postilla che mi è ora venuta in mente. Studiando la lingua sumerica sono rimasto molto colpito dal fatto che questa lingua non conosca Soggetto e Oggetto. La grammatica sumerica, come quelle delle lingue cosiddette ergative, si struttura sul rapporto Agente-Paziente.

Esempio:

1) Marco (soggetto) mangia una mela (oggetto)

2) Marco (soggetto) passeggia

Nelle lingue indo-europee "Marco" è in entrambi i casi Soggetto, perchè compie un'azione (mangiare - passeggiare) e "mela" è Oggetto, perchè subisce un'azione. Mentre nel secondo caso non può esserci oggetto perchè il verbo è intrastitivo, cioè coinvolge solo il soggetto.

Nelle lingue ergative:

1) Marco (agente) mangia una mela (paziente)

2 )Marco (paziente) passeggia

Questo schema grammaticale tratta allo stesso modo i nostri oggetti e soggetti intransitivi. Crolla tutta la contrapposizione Io-Mondo, e gran parte della nostra filosofia sarebbe così inesprimibile.

Quindi: La lingua è costruita sui più ingenui pregiudizi. Ora noi leggiamo problemi e disarmonie perchè pensiamo unicamente nella forma del linguaggio - quindi crediamo alla eterna verità della ragione (ad esempio soggetto, predicato, ecc). Noi cessiamo di pensare se vogliamo farlo senza la costrizione del linguaggio, noi giungiamo persino a dubitare di vedere qui un confine in senso proprio. Il pensiero ragionante è un interpretare conformemente a uno schema che noi non possiamo elimiare.
Volontà di potenza, 522


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"Restate fedeli alla terra!"
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Joseph de Sil...
messagio Oct 28 2007, 06:51 PM
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La discussione si profila interessante, soprattutto perché mi pare che si stia trattando il tema del “tramonto del soggetto” in Nietzsche non tanto nelle sue ricadute ermeneutiche, importanti ma già ampiamente sviscerate (basti pensare, tanto per fare un solo riferimento, agli studi di Vattimo); piuttosto l’impostazione sta seguendo un altro schema, decisamente meno battuto e forse proprio per questo più appassionante: quello dei nessi tra critica nietzscheana del soggetto, da un lato, e teoria della conoscenza (latu sensu) e filosofia del linguaggio (stricto sensu), dall’altro. Il passo riportato da lae e tratto da Genealogia della morale risale al 1887, quello citato da marduk è nel FP 5 [22] del periodo estate 1886-autunno 1887, mentre quello richiamato da Nihilo (“Temo che non ci sbarazzeremo di Dio perché crediamo ancora alla grammatica”) è tratto dal Crepuscolo degli idoli ed è del 1888. Un primo riferimento di Nietzsche al tema dell’illusione dell’io in termini gnoseologici, con specifico riferimento critico al cogito cartesiano, risale però già al 1881. Nel frammento 11 [330] del periodo primavera-autunno 1881 Nietzsche infatti scrive:
“«Io ho rappresentazioni, dunque vi è un essere»: cogito, ergo EST. – Non è più sicuro che io sia questo essere che ha rappresentazioni, che il rappresentare sia un’attività dell’io: come non è sicuro tutto ciò che io rappresento […]. Al rappresentare appartiene il mutamento, non il movimento: quindi il perire e il nascere, e nel rappresentare stesso manca ogni elemento permanente; viceversa, esso pone due elementi permanenti, crede al permanere: 1) di un io, 2) di un contenuto; questa fede nell’elemento permanente della sostanza, cioè nel rimanere uguale a se stesso dell’identico, contrasta col processo della rappresentazione medesima”.
La declinazione di tale riflessione in chiave più marcatamente logico-linguistica si avrà però nel corso del 1885, quando Nietzsche, sulla scia di Teichmüller (di cui durante l’estate egli sta rileggendo Il mondo vero e il mondo apparente), contesterà come illegittimo il passaggio cartesiano dal cogito alla res cogitans proprio in nome della “fede nella grammatica”. Il documento più denso di riferimenti in questa direzione è il quaderno W I 7a, redatto tra l’agosto e il settembre del 1885, da cui ad esempio leggiamo:
“Siamo più prudenti di Cartesio, che rimase imprigionato nella trappola delle parole. Cogito è si una parola sola, ma può significare molte cose […]. Nel famoso cogito è contenuto 1) si pensa, 2) e io credo di essere io ciò che pensa, 3) ma anche ammesso che questo secondo punto rimanesse in sospeso come cosa di fede, anche quel primo «si pensa» contiene già un credere, e cioè che il «pensare» sia un’attività per la quale si debba pensare un soggetto, anche se non personale – e nient’altro significa l’ergo sum! Ma questa è la fede nella grammatica […]. Prima della questione sull’«essere» dovrebbe essere decisa quella sul valore della logica” (FP 40 [23]).
A questo proposito si vedano anche, sempre del gruppo 40, almeno i frammenti 11, 16, 20, 22, 24, 25.
A presto, per eventuali altre considerazioni.
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lae
messagio Oct 30 2007, 01:39 AM
Messaggio #7


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Sulla scia dell'evoluzione dell'argomento trovo siano molti interessanti i paragrafi 16 e 17 di Al di là del bene e del male, che tratteggiano i temi salienti emersi nella discussione. Ma a parte questo trovo che l'osservazione di joseph della relazione tra la critica al soggetto, la teoria della conoscenza e il linguaggio sia essenziale per comprendere l'azione di Nietzsche dove mi è sempre risultato difficile tracciare i confini tra una critica e l'altra, mi pare appunto che l'una trascini l'altra inevitabilmente come una valanga che investe ciò che incontra. E' la relazione appunto tra soggetto, conoscenza e linguaggio la chiave interpretativa, tant’è che per quanto mi riguarda chiedere dov’è finito il soggetto equivale a domandarsi se è ancora possibile conoscere. In termini più chiari intendo il pensiero nicciano come un estremo tentativo di rendere ancora possibile la filosofia Come? Ritornare all’uomo e per poterlo e poter (ri)conoscere sacrifica la storia del suo pensiero.Vuole concedergli, insomma, il futuro.
Di seguito riporto un passo della Volontà di Potenza che reputo importante:

113. Sulla psicologia e la dottrina della conoscenza.
Sostengo la fenomenicità anche per il mondo interiore[…] l’unificazione causale di pensieri, sentimenti, desideri, come quella di soggetto e oggetto, sono per noi del tutto nascosti - e probabilmente pura immaginazione. [..] Non si verifica mai un “pensare” come lo presuppongono i teorici della conoscenza: questo è una finzione affatto arbitraria, conseguita con l’isolamento dal processo di un unico elemento e con la sottrazione di tutti i rimanenti, una costruzione volta a permettere la comprensione…
Lo “spirito”: qualcosa, che pensa: […]questa concezione è una seconda conseguenza derivata da una falsa osservazione di sé, che crede nel “pensiero”: innanzitutto qui viene immaginato un atto, che non si verifica affatto, “il pensare” e in secondo luogo viene immaginato un soggetto-sostrato nel quale trova la propria origine ogni atto di questo pensare e nient’altre: cioè tanto l’azione quanto l’autore sono fittizi.

Ma io mi chiedo: è un sentiero percorribile? Il 99% delle volte mi dico no, non riesco concepire il pensare come un non-atto, ma forse ha ragione nietzsche questo pensiero è ‘’lui’’ a venire, non io a pensarlo.

marduk con il tuo post, senza dubbio, mi hai aperto un mondo!
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Joseph de Sil...
messagio Oct 30 2007, 11:32 PM
Messaggio #8


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Pensare come “non-atto” di un “non-soggetto”: la via che l’ultimo Nietzsche (il passo riportato da lae è tratto dal FP 11 [113] del novembre 1887-marzo 1888) comincerà a percorrere partendo dalla questione logico-gnoseologica che stiamo qui discutendo (una via al limite della pensabilità) è di intensa valenza teoretica, e lo condurrà allo sviluppo di interessantissimi temi quali quello dei quanta di potenza, del prospettivismo, del corpo come filo conduttore: in questo senso gli ultimi postumi di Nietzsche sono ancora tutti da meditare a fondo. Per attenermi però, almeno per ora, al nucleo della questione qui in esame, oltre agli importanti aforismi 16 e 17 di JGB ricorderei anche il 20 (nel quale Nietzsche solleva tra l’altro il problema qui proposto da marduk, quello del relativismo gnoseologico a partire dal convenzionalismo linguistico), il 34 (ancora una volta sulla “fede nella grammatica”) e il 54 (che è quello sul quale discute Nihilo nel suo intervento); notevole inoltre anche il FP 6 [13] del 1885. Ma tra tutti vorrei riportare il frammento 10 [158] dell’autunno del 1887 in cui Nietzsche, riflettendo, di nuovo, sul cogito e sull’“abitudine grammaticale” che ci condurrebbe a postulare un soggetto dell’azione dietro l’azione stessa, scrive:
“«Si pensa, quindi c’è qualcosa che pensa»: in tal senso è diretta l’argomentazione di Cartesio. Ma ciò equivale a postulare già come «vero a priori» il nostro credere nel concetto di sostanza; che quando si pensa ci debba essere qualcosa «che pensi», è tuttavia semplicemente una formulazione della nostra abitudine grammaticale, che fa corrispondere a un fare uno che fa. Insomma qui si pone già un postulato logico metafisico, non ci si limita a constatare… Per la via di Cartesio non si perviene a qualcosa di assolutamente certo, ma solo al fatto di una fortissima credenza […]”.
Concludo notando en passant che in Italia uno dei primi a individuare l’importanza di queste osservazioni nietzscheane in ambito logico-linguistico è stato Nicola Abbagnano, come noto non specialista di Nietzsche (da lui interpretato ancora come pensatore fondamentalmente romantico) ma molto interessato ai temi della tradizione anglosassone (filosofia del linguaggio, empirismo logico, pragmatismo). Nel suo Dizionario di filosofia Abbagnano riporta proprio il frammento che ho qui citato, facendo notare come quella di Nietzsche fosse la più decisiva critica al cogito tra quelle formulate nell’ambito della tradizione filosofica (Vico, Kierkegaard, Peirce), e rilevando come proprio uno dei più importanti esponenti dell’empirismo logico, Carnap, ne La costruzione logica del mondo, sua opera maggiore, riprendesse sostanzialmente la formulazione nietzscheana.
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nemo
messagio Oct 31 2007, 09:42 AM
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La mia conclusione - precaria, dopo averci pensato parecchio -è che quel punto, non è un punto, un soggetto, un Io, ma un movimento, un azione che muovendosi incessantemente plasma quello che conosce, nel momento in cui interpreta è esso stesso interpretazione.Al di là dell'atti dell'interpretare, del conoscere, dell'apprendere non c'è nulla, è come se l'atto nel suo compiersi divenisse il soggetto di se medesimo. Il fenomeno in sè non esiste, non c'è mondo da conoscere, esiste però l'atto del (voler)conoscere il mondo.(consapevoli che l'idea di Mondo concepito come insieme di fenomeni è falsa) Per questo la scienza -intesa in senso ampio come conoscenza e in senso attuale come scienza- nell'atto di conoscere, descrivere, cercare di spiegare il mondo lo plasma, lo crea ed è quindi intesa da Nietzsche come forma d'arte.
Ma c'è dell'altro e ci sto ancora riflettendo, perchè così mi pare manchi ancora qualcosa.
[/quote]


Se ho ben capito (date le mie scarse conoscenze): tu affermi che non c'è nulla da conoscere, ma è l'atto del voler conoscere "in se" il vero soggetto della conoscenza.
Ma, se manca l'oggetto da conoscere, come può scaturire l'atto del "voler" conoscere?
Perdona la mia igenuità, ma io mi sento parte di un mondo sensibile e mi risulta difficile accettare le tue affermazioni; o forse ho capito male...
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NIHILO
messagio Oct 31 2007, 11:48 AM
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CITAZIONE(nemo @ Oct 31 2007, 08:42 AM) *
La mia conclusione - precaria, dopo averci pensato parecchio -è che quel punto, non è un punto, un soggetto, un Io, ma un movimento, un azione che muovendosi incessantemente plasma quello che conosce, nel momento in cui interpreta è esso stesso interpretazione.Al di là dell'atti dell'interpretare, del conoscere, dell'apprendere non c'è nulla, è come se l'atto nel suo compiersi divenisse il soggetto di se medesimo. Il fenomeno in sè non esiste, non c'è mondo da conoscere, esiste però l'atto del (voler)conoscere il mondo.(consapevoli che l'idea di Mondo concepito come insieme di fenomeni è falsa) Per questo la scienza -intesa in senso ampio come conoscenza e in senso attuale come scienza- nell'atto di conoscere, descrivere, cercare di spiegare il mondo lo plasma, lo crea ed è quindi intesa da Nietzsche come forma d'arte.
Ma c'è dell'altro e ci sto ancora riflettendo, perchè così mi pare manchi ancora qualcosa.
Se ho ben capito (date le mie scarse conoscenze): tu affermi che non c'è nulla da conoscere, ma è l'atto del voler conoscere "in se" il vero soggetto della conoscenza.
Ma, se manca l'oggetto da conoscere, come può scaturire l'atto del "voler" conoscere?
Perdona la mia igenuità, ma io mi sento parte di un mondo sensibile e mi risulta difficile accettare le tue affermazioni; o forse ho capito male...

...Il fenomeno esiste come ente, come datità che si esplica nel suo esser-ci nel mondo: è la sostanza -intesa come ciò che sottostà- ,
cioè l'Essere dell'ente, a non risultare rappresentabile cogliendone il disvelamento -ciò che i Greci chiamavano ALE'THEIA-, in termini
kantiani il NOUMENO, la cosa in sè, il cui concetto è tanto esecrato da N.
Il passo avanti nella decostruzione -che è solo, si badi bene, in N. decostruzione della metafisica classica -da Platone ad Hegel-
consiste nel negare dignità ontologica anche all'apparato teoretico aprioristico del filosofo di KoenigsBerg, cioè nel proclamare
la polisemia in termini ermeneutici di ogni ente nel suo esserci.
Riallacciandomi a questo stimolantissimo dibattito, vorrei osservare che la filosofia del dissolvimento di una struttura certa
dell'Io -res cogitans- non deve condurre, quasi come un corollario inevitabile, all'identificazione Soggetto-Oggetto, perchè
in tal guisa ricadremmo sicuramente della fenomenologia storicistico-dialettica di Hegel o nella teologia cristiana della Provvidenza
-rielaborata, come sappiamo, da Hegel stesso in versione immanentistica-.


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nemo
messagio Oct 31 2007, 11:57 AM
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CITAZIONE(NIHILO @ Oct 31 2007, 11:48 AM) *
...Il fenomeno esiste come ente, come datità che si esplica nel suo esser-ci nel mondo: è la sostanza -intesa come ciò che sottostà- ,
cioè l'Essere dell'ente, a non risultare rappresentabile cogliendone il disvelamento -ciò che i Greci chiamavano ALE'THEIA-, in termini
kantiani il NOUMENO, la cosa in sè, il cui concetto è tanto esecrato da N.
Il passo avanti nella decostruzione -che è solo, si badi bene, in N. decostruzione della metafisica classica -da Platone ad Hegel-
consiste nel negare dignità ontologica anche all'apparato teoretico aprioristico del filosofo di KoenigsBerg, cioè nel proclamare
la polisemia in termini ermeneutici di ogni ente nel suo esserci.
Riallacciandomi a questo stimolantissimo dibattito, vorrei osservare che la filosofia del dissolvimento di una struttura certa
dell'Io -res cogitans- non deve condurre, quasi come un corollario inevitabile, all'identificazione Soggetto-Oggetto, perchè
in tal guisa ricadremmo sicuramente della fenomenologia storicistico-dialettica di Hegel o nella teologia cristiana della Provvidenza
-rielaborata, come sappiamo, da Hegel stesso in versione immanentistica-.


Confesso che ho capito ben poco di quello che hai scritto, mi sorge una domanda: ma l'oggetto esiste o no?
se non esiste non ne dovrei avere nemmeno la percezione, non lo coglierei, quindi.
Non percependolo, non avrei il desiderio di conoscerlo.
Ma allora, è un mondo vuoto, o io non ho capito nulla?
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Joseph de Sil...
messagio Nov 1 2007, 11:54 AM
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I nostri ultimi interventi ci conducono verso il tema dei quanta di potenza che Nietzsche tratteggia, senza avere il tempo di svilupparlo adeguatamente, negli ultimi mesi della sua attività. Prima però di accennare a quelli che a mio avviso sono tra i più importanti spunti teoretici della filosofia nietzscheana, chiarisco per nemo che la dissoluzione dell’oggetto e del soggetto ovviamente non porta Nietzsche a proclamare l’annichilimento del reale, sul tipo dell’immaterialismo berkeleyiano, né – come osserva legittimamente Nihilo – a sostenere idealisticamente (ma anche spinozianamente) l’identificazione dei due poli in una iper-realtà totalizzante di cui essi sarebbero eventualmente solo distinte “apparenze”. Piuttosto Nietzsche sostiene il prospettivismo (termine mutuato da Teichmüller) inteso come – per utilizzare una locuzione in voga oggi – “complessità” del reale: vale a dire, non esistono né un soggetto né un oggetto perché non esiste una sub-stantia, cioè qualcosa di ontologicamente stabile su cui si appoggerebbero delle qualità; ciò che esiste non è insomma l’“Essere”, ma la “relazione”, cioè una posizione reciproca e mutevole di quanta di potenza, che si potrebbero intendere come “sorgenti” di energia (a tale visione cosmologica vitalistica – in polemica con il materialismo positivistico allora in voga – non è estranea l’influenza tra gli altri di Otto Caspari, Der Zusammenhang der Dinge, studiato a fondo da Nietzsche fin dal 1881; ma per questo ci sarebbe bisogno di un dibattito a parte). Non c’è ovviamente neanche bisogno di precisare che questa non è una riedizione in chiave ottocentesca della monadologia leibniziana, perché il concetto di quantum nietzscheano si sviluppa precisamente in polemica con la nozione di unità “sostanziale” cui Leibniz con la sua monade (per quanto “energetica” piuttosto che “materiale”) resta ancora metafisicamente legato. Una testimonianza fondamentale della posizione di Nietzsche a questo proposito risulta il lungo frammento 14 [79] della primavera 1888, intitolato Volontà di potenza, ma che ha il significativo sottotitolo di “Quanti di potenza. Critica del meccanicismo”, da cui stralcio alcuni passaggi (cito dal vol. VIII, tomo III – FP 1888-1889 – delle OFN Adelphi; chi non lo avesse potrà trovarne traccia nell’edizione “canonica” del WzM, ai paragrafi 634 e 635):

[…] «Le cose» non si comportano con regolarità, non secondo una regola; non ci sono cose (si tratta di una nostra finzione) […].
Non ci sono leggi: ogni potenza trae in ogni momento le sue ultime conseguenze […].
Un quanto di potenza è definito dall’effetto che esplica e a cui resiste […]. Ogni atomo proietta la sua azione in tutto l’essere – lo si sopprime se si sopprime questa irradiazione di volontà di potenza. Perciò lo chiamo un quanto di «volontà di potenza» […].
Una traduzione di questo mondo di azione in un mondo visibile – un mondo per l’occhio – è il concetto di «movimento». Qui si sottintende sempre che qualcosa viene mosso; si pensa qui, – si tratti della finzione di un atomo-grumo o anche della sua astrazione, dell’atomo dinamico, – ancora una cosa che agisce, cioè non ci siamo discostati dall’abitudine verso cui ci sviano i sensi e il linguaggio. Soggetto, oggetto, un autore del fare, il fare e ciò che lo fa, separati; non dimentichiamo che ciò designa una mera semiotica e niente di reale. La meccanica come teoria del movimento è già una traduzione nel linguaggio dei sensi dell’uomo.
Per poter calcolare, abbiamo bisogno di unità, ma non per questo è da accettare che tali unità esistano. Abbiamo preso a prestito il concetto dell’unità dal nostro concetto dell’«io», il nostro più antico articolo di fede. Se non ci ritenessimo delle unità, non avremmo mai formato il concetto di «cosa». Ora, piuttosto tardi, siamo abbondantemente convinti che il fatto del nostro concepire il concetto dell’«io» non garantisce niente della reale unità […].
Fenomenica è dunque: la ingerenza del concetto di numero, del concetto di soggetto, del concetto di movimento […].
Se eliminiamo questi ingredienti, non restano delle cose, ma dei quanti dinamici, in un rapporto di tensione con tutti gli altri quanti dinamici: la cui essenza consiste nella loro relazione con tutti gli altri quanti, nel loro «agire» su di loro. La volontà di potenza non è un essere, non un divenire, ma un pathos, è il fatto elementarissimo da cui soltanto risulta un divenire, un agire… […].

Ogni volta che rileggo queste pagine straordinarie capisco perché nella prefazione all’Anticristo Nietzsche dicesse di essere “nato postumo”: sono passati ormai centoventi anni da quando egli ha smesso di scrivere, ma l’enorme ricchezza di implicazioni contenuta nelle sue riflessioni resta ancora tutta da metabolizzare.
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lae
messagio Nov 2 2007, 01:17 AM
Messaggio #13


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CITAZIONE
Confesso che ho capito ben poco di quello che hai scritto, mi sorge una domanda: ma l'oggetto esiste o no?
se non esiste non ne dovrei avere nemmeno la percezione, non lo coglierei, quindi.
Non percependolo, non avrei il desiderio di conoscerlo.
Ma allora, è un mondo vuoto, o io non ho capito nulla?

Nemo, credo che le risposte di nihilo e joseph inquadrino le risposte ai tuoi dubbi in modo più che esaustivo e io non saprei rispondere meglio. Comunque, se interessa, ti segnalo l'aforisma 110 (e i successivi 111 e 112) della Gaia Scienza che rappresentano in modo embrionale gli ulteriori sviluppi del discorso esplicato nei post precedenti.
Ti pongo però alcune mie riflessioni che, a modo mio, mi sono scaturite dalle tue domande .
Per rispondere alla tua domanda direi che ''oggetto'' è innanzitutto una parola che conferisce permanenza a una realtà che per natura è soggetta a mutamento, trasformazione .Nel dire ''oggetto'' agiamo sul fluire degli eventi cristallizzando un carattere che è fluido, in perpetuo divenire. Individuiamo un elemento.Nel far questo s-naturalizziamo questo carattere per renderlo comprensibile. Violentiamo la natura dell'esistenza per poterla dominare, per poter comunicare, per poter sopravvivere. Ma tu sei certo di percepire oggetti? Che l'oggetto esista indipendentemente da te? Pensa all'arcobaleno. E' un fenomeno che ''esiste'' per un dato osservatore in un deteminato angolo di visuale. Serve un punto di vista per dare realtà all'oggetto ''arcobaleno''? Serve un dato momento esistenziale con i tuoi istinti, la tua emotività, la tua volontà, la tua storia che riassumo con il termine ''carattere'' o ''destino''a far sì che sia esistito quel momento in cui tu sulla cima di una montagna hai percepito l'oggetto ''sguardo di quell'aquila''? Magari la pecezione di nemo (soggetto) di quel che tu chiami oggetto (sguardo dell'aquila) non può essere un'insieme di forze talmente vasto che lo si semplifica. Allora dirò nemo ha percepito lo sguardo di un'aquila. In questa logica grammaticale che è utile, non ci piove, il tratto davvero importante non è tanto l'esistenza del soggetto o dell'oggetto ( che rientra comunque in ambito di fede poichè affermando quanto ho scritto non c' nulla che mi autorizza a supporre che la realtà di quell'istante ricalchi la mia struttura grammaticale ovvero che la realtà sia ontologicamente strutturata con un nemo, un atto e un oggetto), ma il percepire, l'azione, quel dato istante di flusso (con tutto ciò che ne consegue a livello intimo) che è un'immagine, una rappresentazione di un'immensa potenza che ha giocato a favore di questo evento. E cosa ha davvero importanza a livello esistenziale, ma anche conoscitivo che nemo sia un soggetto sostanziale o quello che ha rappresentato quell’istante di relazione, quanto esso ha inciso sul piano esistenziale, quanto ha permesso di conoscer(ti)?
E’ un mondo vuoto? Personalmente lo trovo troppo pieno. Ma se ci poniamo da un punto di vista logico, nulla e tutto si equivalgono. Dalla parte del pathos tutto cambia, c’è una bella differenza happy.gif
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aporein
messagio Nov 27 2007, 10:56 PM
Messaggio #14


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Non esiste un soggetto di un’azione, ma solo una manifestazione della volontà di potenza di ciò che chiamiamo linguisticamente “soggetto” secondo una propria “quantità di forza” che esso esercita o a cui esso resiste.
La struttura logico-matematica del pensiero occidentale sente la necessità di quantificare la volontà di potenza, pertanto si parla di “quantità di forza” e di “leggi naturali”.
Un soggetto, inteso nella sua valenza semiotica e non come sostanza, non agisce in conformità di una legge o una necessità costringente, ma secondo la propria volontà di potenza. Qui ciò che è necessario è che il soggetto sia ciò che è e non che agisca “ubbidendo” una determinata legge.
Il mondo meccanicistico fenomenico è costituito dai concetti semiotici, privi di contenuto sostanziale, di “soggetto agente”, “oggetto patente” ed “azione dinamica” ai quali è affiancato il concetto di “unità” per la computazionabilità delle “leggi naturali”. Se eliminiamo tutti questi concetti sostanzialmente vuoti ciò che resta sono i rapporti di tensione tra le varie volontà di potenza, rapporti tra quantità dinamiche che si esplicano nella “azione”.

(La volontà di Potenza, libro III, capitolo II, aforismi 618-639).

aporein
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